venerdì 1 gennaio 2010

La storia del clan Lo Russo

I pentiti che ne parlano, dagli anni Novanta in poi, li descrivono come personaggi doppiogiochisti e ambigui, inclini ai rapporti occulti e alle situazione torbide, in cui non si riesce mai a capire da che parte stiano. Nel corso delle faide di Secondigliano e della Sanità, pur apparendo formalmente neutrali negli scontri in atto, hanno appoggiato in maniera sotterranea gli “scissionisti” di Raffaele Amato e quelli di Salvatore Torino. E ancora: durante la loro militanza nell’Alleanza di Secondigliano, segretamente hanno aiutato Giuseppe Misso nell’aggressione ai Licciardi, con i quali i rapporti si erano nel frattempo guastati, tant’è che un loro affiliato finisce in galera per l’omicidio di Gennaro Esposito, detto ’o curto, cognato del boss Gennaro Licciardi. Un omicidio che, per la malavita del rione Sanità, assume un forte valore simbolico, perché vendica l’uccisione di Assunta Sarno, compagna di Misso, avvenuta alcuni anni prima.
I fratelli Lo Russo (Salvatore, Giuseppe, Mario e Carlo) iniziano la militanza criminale all’alba degli anni Ottanta, quando entrano a far parte – insieme ai Licciardi, ai Mallardo, ai Contini e ai Mazzarella – del cartello anti-cutoliano, allora guidato in città da Luigi Giuliano e in provincia da Carmine Alfieri.
Il 15 marzo 1984 rientrano nella famosa maxi-operazione, ordinata dalla procura partenopea, che porta in galera 550 camorristi affiliati alla “Nuova famiglia”. Tra gli indagati, ci sono personaggi del calibro di Antonio Spavone, detto ’o malommo, Ciro Mazzarella, Luigi Vollaro, Michele Zaza e Antonio Bardellino.
Nel Duemila, raccontano le informative delle forze dell’ordine, i Lo Russo sono a capo di un piccolo “esercito”, composto da oltre centinaio di uomini agguerriti, che dilaga nei quartieri di Miano, Piscinola e Marianella, taglieggiando piccoli imprenditori e negozianti e spacciando migliaia di bustine di droga.
Nel corso degli anni, i Lo Russo hanno dovuto affrontare diverse situazioni di criticità, sia interna che esterna, come – ad esempio – la scissione del boss Ettoruccio Sabatino (recentemente passato a collaborare con la giustizia) e le guerre contro i Sarno, i Licciardi e gli Stabile. Hanno cercato, comunque, di mantenere rapporti di non belligeranza con le altre famiglie di Secondigliano, come i Di Lauro, con i quali – anzi – si sviluppò col tempo una conveniente sinergia criminale per la spartizione delle estorsioni nei rispettivi territori di competenza.
IL GIOCO D’AZZARDO - Droga e racket, dunque, gli affari principali dell’organizzazione, anche se la vera “passione” della famiglia restano sempre le scommesse clandestine. Racconta il pentito Guglielmo Giuliano, con cui i Lo Russo sono stati alleati, in passato, proprio per la gestione del gioco d’azzardo: «Nel 1995 le estrazioni del lotto fecero uscire numeri non pescati da tantissimo tempo; le famiglie vennero sbancate e da lì fu abbandonata la strada dell’accordo unitario… Mio fratello Salvatore e poi io ci siamo occupati negli ultimi tempi di questo settore e a Forcella guadagnavamo non più di 30 milioni a settimana. Prima del crollo l’incasso era di 2 miliardi a settimana e il guadagno netto, pari a circa il 50 per cento, andava diviso in quota tra quattro famiglie (Giuliano, Lo Russo, Mariano e Mazzarella, ndr)… Il gioco è stato inventato negli anni Ottanta da Luigino (il fratello maggiore, Luigi Giuliano) e da Giuseppe Avagliano… l’accordo storico era con i clan di Secondigliano, con i quali si dividevano i proventi a metà… Ciascuna famiglia organizzava le cose da sola e non vi era divisione dei proventi, ma le quote legate alla singola partita, ossia le percentuali che un giocatore avrebbe vinto, erano unificate in tutto il territorio cittadino. A rendere omogenee le quote ci pensava Salvatore Lo Russo, che poi le inviava agli altri capiclan per l’approvazione. I guadagni del totocalcio sono stati anche maggiori dei 2 miliardi a settimana che rendeva il gioco del lotto. Noi di Forcella, avevamo una credibilità così elevata che a volte dovevamo dirottare gli scommettitori che si rivolgevano a noi verso altre zone di Napoli». Dichiarazioni confermate anche da un altro dei fratelli Giuliano, che aggiungerà: «L’occasione per riunificare le quote fu rappresentata dai Mondiali di calcio del ’90, anche se poteva accadere che l’accordo non veniva rispettato». Raffaele Giuliano, nel corso dei suoi interrogatori, accennerà pure all’esistenza di partite truccate, senza poter però essere in grado di offrire informazioni dettagliate sui meccanismi e sui personaggi coinvolti. In particolare, parlò soltanto di un «Ciruzzo ’o chianchiere, che insieme a tale Carletto prendeva le giocate ma che puntò anche una forte somma su una partita sul banco controllato da San Giovanniello. Vinse 4-500 milioni ma si venne a sapere che la partita era stata truccata per cui fu costretto da quelli di San Giovanniello a restituire la vincita, fu malmenato e costretto a versare al clan una forte somma di denaro».
Peraltro, lo stesso Salvatore Lo Russo, nel corso di un interrogatorio, si giustificherà davanti al pm Antimafia Sergio Amato, che ha condotto la quasi totalità delle inchieste sulla cosca del rione San Gaetano, ottenendo decine di arresti e pesanti condanne, di essere soltanto un appassionato scommettitore. E, di questa sua mania per il calcio, nazionale ed estero, resterà traccia in una intercettazione ambientale, nella quale si ascolta il vecchio boss discutere di partite e di classifiche con i suoi affiliati.
I RAPPORTI CON MARADONA – Il clan Lo Russo compare, inoltre, nelle indagini sul giro di droga che, nel febbraio 1991, coinvolge anche Diego Armando Maradona. Il nome del campione argentino compare in due telefonate spiate tra i trafficanti della cosca a proposito di una imprecisata richiesta di «“roba” e donne». Nel 1995, il rapporto tra il Pibe de Oro e la famiglia dei “capitoni” viene nuovamente rimesso al centro dell’attenzione investigativa dal pentito Pietro Pugliese, che racconta di aver personalmente accompagnato il giocatore da Salvatore Lo Russo, per trattare la restituzione di alcuni beni rapinati all’asso sudamericano, tra cui anche il Pallone d’oro. Contestazioni, comunque, rimaste prive di riscontro processuale.
La conferma, invece, che la banda del rione San Gaetano, negli ultimi anni, avesse allargato il proprio business anche al traffico di armi arrivò dal blitz che il 28 giugno 2000 portò la polizia a scoprire un autentico arsenale nascosto all’interno di una Fiat Punto in via Mianella, alla periferia settentrionale del capoluogo. Nella vettura erano nascosti un fucile mitragliatore, tre fucili automatici, quattro bombe a mano e centinaia di munizioni. Di lì a poco sarebbero stati utilizzati per una nuova guerra nell’inferno di Secondigliano.

11 commenti:

  1. UN COMMENTO DI UN NORMALE CITTADINO ANCHE LORO HANNO FATTO STORIA.I GIULIANO SONO PENTITI GLI ALTRI SI PENTIRANNO MA DICO CHE GUAPPI SONO SEFANNO REATI DI SANGUE E POI SI PENTISCONO SECONDO ME NON VOGLIONO FARSI LA GALERA IO LI CHIAMEREI SOLO VIGLIACCHI.

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  2. CHI SCEGLIE QUESTA VITA SA A COSA VA INCONTRO, NON BISOGNA MAI GIUDICARE BASTA PRENDERSI LE PROPRIE RESPOSABILITA' SI SA' CHE NON SI FA' IL GIOIELLIERE E QUINDI ANKE QUANDO TI ARRESTANO DEVI AVERE LE PALLE DI FARTI LA GALERA SENZA PENTIRTI!!!

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  3. che gent e munnezz

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  4. questi che anno scelto di fare i pentiti.ma sempre a cazzi loro.credono che salvano la vita ai parenti più stretti mandandoli al nord italia io vivo lontano da napoli e il nord e il centro d'italia.e pieno di camorristi e latitanti campani.ponticelli san giovanni a teduccio barra ecc ecc.ed in più o anno voluto estendersi per i loro affari sporchi.e in più lo stato a seminato parenti di pentiti mettendo la carne in bocca ai lupi.ma che discrazia e questo stato italiano.comunque chi a ammazzato deve fare il carcere a vita al 41 bis,e no dopo pochi anni stanno di nuovo fuori per buona condotta o mancanza di prove.

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  5. i boss che fanno i pentiti anche prima lo erano infami

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  6. chi si pente e solo un bastardo vigliacco e la verita l'ho metterei davanti a un muro e lo fucilereii......

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  7. Anche nel fare il boss ci vuole professionalita',vedi Schiavone Francesco,Zagaria Michele,Iovine Antonio,Bidognetti ,E primo di tutti Raffaele Cutolo,che si fanno la galera senza mai dare segni di cedimento e di pentimento.Questi invece che si pentono sono solo degli sciacalli e scusate il termine (ricottari) che per anni vivendo in branco con altri monnezzari come loro hanno campato estorcendo soldi a poveri negozianti e imprenditori Riducendoli spesso al fallimento o a commettere gesti indescrivibili.Ora credono di farla Franca pentendosi.Io li manderei all'Asinara a zappare la terra e a nutrirsi di patate e rape.

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  8. mentre ci sono veri uomini che stanno pagando con il carcere a vita senza mai dire una parola penso a peppe mallardo e francesco mallardo di giugliano ed i loro cognati eduardo contini patrizio bosti che pagano pure per cose che non sanno niente solo a causa di questi bastardi di pentiti da 35 anni che sto a giugliano oggi e uscito un grandissimo uomo cicc mallard andate a fanculo pentiti bastardi in 35 anni a causa vostra solo adesso si potra godere un poco la famiglia e mi auguro col cuore che potra toccare presto pure al fratello giuseppe e i cognati e chi se lo merita come il califfo di portici gaetano bocchetti di s.pietro pietro licciardi il grande il fratello vincenzo

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  9. Siamo Tutti E Due Di Giugliano,E Si è Sempre Saputo Che Qua C'è E C'Era Gente Con Le Palle! FACITV A GALER ZUOZ Che è Meglio ZIO CICCIO è USCITO E MO SO CAZZ RE VUOST!!!
    COCCIA NGUOLL!

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  10. e ora che finisce questa cazzo di gomorra lo stato a vinto e sono felice perche ci sta togliendo dalla merda io spero che fate le chiavi di cioccolata per tutti questi animali

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  11. totore Lorusso e stat semp nu conf.e polizia,e steve meglio quand ho mettettere a puluza e ciess a iss e tutta a famg.

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