lunedì 22 giugno 2009

Il cartello dello scorpione


Lo scorpione è furbo. Lo scorpione è pericoloso. Lo scorpione sa mimetizzarsi bene. N’è passato di tempo da quando, poco più che trentenne, organizzava gli sbarchi di hashish sulle coste di Bacoli per rifornire il clan dell’amico Paolo Di Lauro. Gli spacciatori di Secondigliano non avevano problemi a vendere – ogni giorno – centinaia, migliaia di stecchette di «fumo» ai giovani napoletani. Bastava guardare il simbolo impresso sulle «mattonelle» di droga da 250 grammi: quell’animale che spalancava le chele e puntava la coda acuminata era sinonimo di qualità, di merce di prima scelta. E quindi di denaro, montagne di denaro. Libano e Afghanistan, alla fine degli anni Ottanta, sono le capitali mondiali dell’hashish: è lì che inizia la scalata di Raffaele Amato nel traffico internazionale di stupefacenti. Con i finanziamenti e le coperture di Ciruzzo ’o milionario, diventa uno dei più importanti narcos d’Europa e dà vita al «cartello dello scorpione». Tutti i gruppi criminali che trattano droga hanno un simbolo, un marchio di fabbrica: serve per differenziarsi, per conquistare e mantenere le quote di mercato. E Amato, pur senza aver studiato economia, si dimostra fin da subito un ottimo uomo marketing: conquista il monopolio, in Campania, per l’importazione di hashish ed eroina, andando a comprare, direttamente all’estero, i terreni coltivati a oppio e canapa. In poco tempo, diventa il «ministro del Commercio» della holding criminale di Secondigliano: a metà degli anni Novanta, l’incontro con i grandi trafficanti colombiani lo catapulta nel business che conta. La cocaina. Dalla Spagna inonda di polvere bianca i ghetti controllati dal clan, che macina guadagni stratosferici. Si muove tra Madrid e Barcellona, senza grossa difficoltà. Impara la lingua e le usanze locali. Il cartello, ormai, non ha rivali sulla piazza partenopea. E lo scorpione inizia a diventare un simbolo, un segnale di appartenenza che gli affiliati più giovani esibiscono con orgoglio sui muscoli o sulle targhe delle auto, dove – accanto ai numeri e alle lettere identificativi – spunta la sagoma affusolata del silenzioso killer del deserto.
Poi, arrivano la faida e il tempo dell’odio contro la dittatura di Cosimo Di Lauro, con oltre settanta morti lasciati sull’asfalto. La fuga dopo la clamorosa scarcerazione del 2006 segna il mutamento delle tecniche di latitanza del capo degli «spagnoli»: addio alle auto di lusso e ai guardaspalle armati. Si muove da solo, Amato, utilizzando bus e metropolitana. Come i terroristi baschi dell’Eta e, prima di loro, gli uomini delle Brigate rosse. Cerca l’anonimato nella folla, il padrino, finché da Napoli non vengono sguinzagliati segugi dal fiuto fino che lo braccano fino all’ultimo viaggio. I poliziotti della Squadra mobile e, in particolare, quelli della sezione Narcotici arrivano a lui seguendo le scie di altri trafficanti di droga. È un giorno come tanti altri, quando lo scorpione in trappola non riesce a trovare un nuovo anfratto in cui rifugiarsi e abbassa l’aculeo avvelenato.
Dopo quarantott’ore, il colpo di grazia: oltre sessanta arresti tra capi e gregari del suo clan, dove la moda dei tatuaggi ha sostituito lo scorpione con la minacciosa frase: «Don’t touch my family». «Non toccare la mia famiglia».
(Pubblicato sul quotidiano "Il Roma", giugno 2009)

martedì 9 giugno 2009

Nicola Panaro superlatitante casalese


Con Nicola Panaro, sale a quota quattro la pattuglia di super-latitanti casertani (nello speciale elenco del ministero dell’Interno già ci sono Michele Zagaria, Antonio Iovine e Mario Caterino) a cui dà la caccia il gruppo speciale interforze del Viminale. Quarantuno anni, nato a Casal di Principe, è ricercato dal 2003 per associazione mafiosa ed estorsione; deve scontare nove anni e quattro mesi di reclusione ed è ritenuto, sulla scorta delle informative delle forze dell’ordine, componente del direttivo che guida il cartello malavitoso di Terra di Lavoro.
La prima inchiesta nella quale resta coinvolto insieme ad altri esponenti del gruppo casalese risale al 1996, quando la Dda spicca nei suoi confronti un mandato di cattura per racket e camorra. I poliziotti riescono ad arrestarlo soltanto tre anni dopo, sorprendendolo (è il 27 marzo 1999) in un appartamento, mentre è a cena con la moglie. Gli agenti raggiunsero l’abitazione dopo aver scavalcato un alto muro di cinta di un edificio che, dall’esterno, appariva ancora in costruzione. Davanti al portone del palazzo era stato inoltre parcheggiato un camion carico di prodotti per l’edilizia e materiale di risulta per sviare l’attenzione degli investigatori.
Nel 2002, Panaro – nipote del boss Francesco Schiavone «Sandokan» – fa perdere le tracce dopo la scarcerazione, disposta dalla prima sezione della Corte d’assise di Santa Maria Capua Vetere, al termine del processo Scalzone, nel quale era imputato con l’accusa di omicidio. L’imprenditore edile Aldo Scalzone, noto come l’«avvocato», era stato ucciso nel 1991 a San Cipriano d’Aversa perché ritenuto un confidente della polizia; gli avvocati di Panaro riuscirono però a dimostrare che nessuno dei cinque pentiti alla base delle indagini aveva fatto esplicito riferimento al loro assistito, ottenendone – al termine del dibattimento – l’assoluzione e il ritorno in libertà. Da allora, Nicola Panaro scompare dalla circolazione.
Di lui si sa soltanto che gestisce le paranze di estorsori che rastrellano la provincia di Caserta ogni mese ed è a lui che «copertone», il contabile dei Casalesi arrestato nel settembre scorso, relazionava sull’andamento dei flussi di cassa del clan, che eroga – ogni mese – stipendi per oltre 300mila euro.
(pubblicato sul quotidiano "Il Roma")

martedì 26 maggio 2009

I riti di affiliazione mafiosa


C’è chi ricorre a simboli e liturgie dal sapore medievale e chi, invece, sigla la pace mangiando, a mani nude, insieme al proprio nemico, le teneri carni di animali protetti. È il complesso (e oscuro) mondo dei giuramenti della criminalità organizzata, su cui la magistratura ancora non è riuscita a fare piena luce a causa delle difficoltà e dell’omertà che lo circondano.
Uno dei più famosi è quello riguardante la Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo, padrino della malavita napoletana immortalato nel film «Il camorrista» di Giuseppe Tornatore: è noto anche come giuramento di Palillo, perché fu sequestrato a un camionista, Antonio Palillo, appunto, mentre questi entrava nel carcere di Novara, nascondendo in tasca una cassetta su cui lo stesso Cutolo aveva registrato la formula di affiliazione: «Il 24 ottobre nel castello mediceo di Ottaviano, sette cavalieri della camorra si abbracciarono in un serio giuramento, raccolsero il sangue dell’onorata società… giuro sul mio onore di essere fedele alla Nco che è nata nel 1970 il 24 ottobre nel castello mediceo di Ottaviano come la Nco è fedele a me».
Il codice della ’Ndrangheta, invece, è stato ritrovato, nel marzo del 1993, durante una perquisizione a un pregiudicato, che lo nascondeva nel portafogli: si tratta di sei pagine, scritte con inchiostro blu, contenenti le domande e le risposte per il battesimo di sangue. Solo due anni dopo, un pentito racconterà che, per avere effetto, nel pronunciare la formula del giuramento, il picciotto «deve poggiare la mano sinistra con il palmo rivolto verso il basso, sulla punta di un coltello tenuto dal “maestro di giornata”, mentre gli altri presenti poggiavano la loro mano sinistra su quella del nuovo entrato». Al termine della cerimonia, il nuovo associato dovrà bruciare un santino di San Michele Arcangelo, protettore della ’Ndrangheta, e sottoporsi al rito della «pungitina», con il quale mischia il suo sangue a quello degli altri uomini d’onore.
La mafia calabrese possiede, inoltre, un altro rito particolarmente misterioso, di cui si è venuti a conoscenza solo nel settembre del 2008, nel corso di un maxi-blitz del Ros dei carabinieri che portò in manette duecento trafficanti di droga in Italia e all’estero. Le intercettazioni ambientali hanno svelato, infatti, che le famiglie della Locride, quando hanno necessità di un incontro pacificatore, ricorrono a pranzi in montagna a base di ghiri illegalmente uccisi. Le carni dell’animale vengono sistemate in un unico piatto al quale attingono i capi delle famiglie in lotta, per sancire l’alleanza.
La Sacra Corona Unita, al contrario, utilizza una espressione molto più stringata che fa esplicito riferimento alla struttura criminale della famiglia: «Giuro di disconoscere padre, madre, fratelli e sorelle, nell’esclusivo interesse dell’organizzazione».
E arriviamo a Cosa nostra, i cui rituali di affiliazione sono stati raccontati dal pentito Tommaso Buscetta, nel lontano 1984: «Si brucia una santina, la si passa mano nella mano dopo aver punto un dito, si presta giuramento con la formula: “Brucino le mie carni come questo santino se tradisco”, quindi c’è l’accoglimento da parte del capodecina, che deve essere sempre un uomo d’onore». Determinante, per Buscetta, è «l’“esperimento” con cui si dimostra di aver carattere e coraggio, di essere disposto a tutto. Nel momento in cui si è chiamati dal proprio rappresentante o capodecina per eseguire qualcosa di importante, si deve lasciare anche la moglie partoriente. Nessuno, infatti, ha mai potuto dire: “Mi sono stancato di voi, adesso me ne vado”, nessuno ha mai potuto dire questo. In Cosa nostra si entra, ma non si esce. Se non da morti».
(Pubblicato su Terra, maggio 2009)

giovedì 21 maggio 2009

Il fantasma di Corleone


Sono passati tre anni da quando il «fantasma» si materializzò in una masseria di Contrada dei Cavalli, nel Corleonese: era l’11 aprile 2006 e «Zu’ Binu» fu trascinato fuori dal cono d’ombra che l’aveva protetto per quasi mezzo secolo dagli uomini della Squadra mobile di Palermo e del Servizio centrale operativo. Da allora, non è più l’imprendibile capo della mafia siciliana che beffa investigatori e magistrati riuscendo a evitare la cattura con una puntualità sospetta e sconcertante, ma è un anziano detenuto super-protetto del carcere di Novara. Un anziano detenuto che la fortuna – qualunque divisa essa abbia indossato in questi decenni – ha assistito in maniera così frequente da lasciare l’atroce dubbio della connivenza.
L’ultima volta era stato il 19 settembre del 2004. Era una domenica, e Francesco Pastoia, un fedelissimo di Bernardo Provenzano, doveva incontrarsi con il superboss. Gli investigatori lo sapevano e lo tenevano d’occhio, convinti di essere finalmente vicini alla cattura della primula rossa di Corleone. Anche quel giorno, però, il capo di Cosa Nostra sfuggì all’ultimo minuto, come una vecchia volpe, agli uomini che gli davano la caccia. Seguito e filmato dai segugi dell’antimafia, Siamo a Ciminna, in provincia di Palermo. Il boss viaggia in auto con il suo autista, Angelo Tolentino, insieme guardano nello specchietto retrovisore e impallidiscono. Due giorni dopo, gli investigatori apprendono della cattura, anche stavolta solo sfiorata, da una intercettazione: «L’altro ieri per tanto non ho attummuliato - confida Tolentino a un amico - tanto tanto che ho detto: stavolta è finita...». Pochi minuti dopo, zu’ Binu era già in salvo. Altro arresto sfiorato, quando si pente Nino Giuffrè, ex braccio destro del superboss. E’ sempre Angelo Tolentino che parla, il giorno prima che i giornali pubblicassero la notizia della collaborazione. «Ieri mi arrivò una brutta notizia... - dice Tolentino, sempre intercettato - speriamo che fosse... altrimenti l’avrebbero già preso». Vicini all’arresto arrivarono anche i poliziotti il 31 gennaio 2001 a Mezzojuso. In un casolare, tenuto d’occhio anche dai carabinieri, dove erano sicuri di trovare Provenzano, i poliziotti bloccarono invece il boss di Misilmeri Benedetto Spera in compagnia di un medico. Provenzano, a quanto pare, c’era. Ma era a qualche centinaio di metri, in un casolare e riuscì a dileguarsi nel giro di pochi minuti, nonostante l’intera zona fosse cinta letteralmente d’assedio. Provenzano fu fermato tempo dopo in contrada Traversa, nei pressi di Casteldaccia, mentre circolava su una vecchia “850”, carica di balle di fieno, con un apparente contadino. Il boss, munito di documenti falsi, non fu riconosciuto e sfuggì clamorosamente alla cattura. Gli identikit realizzati al computer dagli esperti di polizia e carabinieri, infatti, pur essendo molto realistici non erano sufficienti.
Gli investigatori, la faccia di Bernardo Provenzano, potranno vederla solo all’alba dell’11 aprile del 2006, dopo averlo inseguito per montagne e vallate, boschi e frutteti, masserie e negozi del centro cittadino. Lui, da solo, contro lo Stato. Una lotta impari che pure è durata ben oltre l’immaginabile e che ha alimentato una leggenda che supera pure la cronaca giudiziaria e diventa mito. Alla pistola poteva tranquillamente rinunciare, il boss, tanto il suo ramificato servizio di protezione gli guardava le spalle, ma alla macchina per scrivere no. Quando gli uomini della Mobile gli sono saltati addosso, scaricando una rabbia covata per 43 anni, Bernardo Provenzano si accingeva a rispondere a un “pizzino” della moglie. Nella lunga latitanza la macchina per scrivere era diventata ormai la sua inseparabile compagna di vita. Bernardo Provenzano aveva imparato a usarla con la stessa abilità con cui, raccontano i molti amici che lo hanno tradito, “sparava come un dio”. Dai tasti di quella macchina, trovata pronta all’uso nel covo del boss, sono partiti ordini, minacce, “consigli”, perfino parole premurose e affettuose. Lui, che sentiva sempre più il fiato della giustizia sul collo, non usava il telefono. Non aveva cellulari. Ricorreva, con prudenza metodica e intelligente, ai bigliettini per comunicare con i suoi uomini e con la sua famiglia. Aveva con il tempo messo su un sistema, arcaico ma efficace, che il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso ha chiamato il “Ministero delle poste e delle comunicazioni” al quale il padrino di Cosa nostra affidava pensieri e segreti della sua latitanza. Tutte le inchieste che hanno aggredito e perforato la rete di collegamenti di Provenzano hanno rivelato l’opera oscura di un piccolo esercito di postini di assoluta fiducia. Il capo li utilizzava imponendo loro comportamenti prudenti e all’apparenza stravaganti. Quando, nel 2005, sono stati arrestati cinquanta suoi fiancheggiatori i carabinieri hanno, per esempio, ricostruito il percorso tortuoso, da Modena a Vittoria, da Agrigento a Caltanissetta degli uomini incaricati della consegna dei “pizzini” del boss. Pochi tra i postini coinvolti nel reticolo comunicativo di Provenzano si conoscevano tra loro, perché una delle misure di cautela era proprio quella di creare sempre nuovi “filtri” tra sé e le persone incaricate del servizio di recapito dei suoi messaggi. I vari passaggi di mano dei bigliettini finivano poi per cancellare ogni traccia e soprattutto impedivano a ciascun “postino” di conoscere il luogo dell’ultima consegna. Fino al blitz finale.
(pubblicato su Terra, aprile 2009)

lunedì 4 maggio 2009

I super-latitanti casalesi


RAFFAELE DIANA

Il boss Raffaele Diana, condannato all’ergastolo nel processo d’Appello “Spartacus”, è nato il 16 settembre 1953 a San Cipriano d’Aversa. Conosciuto all’anagrafe di camorra con il soprannome di Rafilotto, è evaso nell’aprile del 2004 dal carcere modenese di Sant’Anna, dove stava scontando una precedente condanna a sette anni di reclusione per racket. Ha approfittato di un permesso premio, in occasione delle festività di Pasqua, e si è allontanato: secondo la magistratura, il capoclan avrebbe insediato una colonia di malavitosi casertani in Emilia Romagna con l’obiettivo di taglieggiare gli imprenditori edili e costringerli, anche con attentati e gambizzazioni, al pagamento di una tangente che variava a seconda dell’entità dell’appalto, ma che non scendeva mai – comunque – al di sotto dei 25mila euro. Gli inquirenti lo indicano come uno dei reggenti dell’organizzazione criminale, tra i più spietati in circolazione: il suo nome compare nelle prime informative sui Casalesi, agli inizi degli anni Ottanta, insieme a quelli di Francesco Schiavone, Francesco Bidognetti, Mario Iovine e Nunzio De Falco. Alcuni pentiti lo hanno indicato come uno degli autori dell’omicidio di Paride Salzillo, nipote prediletto del boss Antonio Bardellino. Nel luglio scorso, si è parlato di Diana a proposito della scoperta di un rifugio bunker a Casal di Principe. Il covo, largo oltre tre metri ed alto poco più di due, era stato costruito nel vano sottoscala del piano interrato dell’abitazione di un 31enne del posto, ed era raggiungibile attraverso una botola scorrevole ricavata nel pavimento e nascosta da un mobile libreria. Un altro rifugio del padrino era stato scoperto, agli inizi del 2008, nell’abitazione del latitante dai carabinieri, che avevano trovato un doppiofondo nella parete della cucina, sufficiente a nascondere una persona.
(Raffaele Diana è stato arrestato dagli agenti della Squadra mobile di Caserta la sera del 3 maggio 2009)


MICHELE ZAGARIA

Michele Zagaria, nato a San Cipriano d’Aversa il 21 maggio 1958, è ricercato dal 1995 in Italia per associazione di stampo mafioso, omicidio, estorsione e rapina e dall’8 febbraio 2000 in campo internazionale. La sua prima cattura risale al 1989, ma già due anni dopo riesce a ottenere gli arresti ospedalieri, presso la clinica «Sanatrix», da dove evade quasi subito. Nell’aprile del 1991 la polizia lo ferma, a Casapesenna, a bordo di un’auto imbottita di armi: nel bagagliaio della vettura nascondeva quattro pistole e una mitraglietta Uzi di fabbricazione israeliana.
Nel dicembre del 1992, gli agenti della sezione «Prevenzione crimine» gli sequestrano tre ville per circa 3mila metri quadrati, lussuosamente rifinite con marmi pregiati e pavimenti in parquet, oltre a una palazzina di tre piani, a Casapesenna, che al piano terra ospitava la locale agenzia del Banco di Napoli. Il suo potere criminale cresce di pari passo con il potere economico della famiglia, a cui il cartello Casalese affida l’intera gestione del ciclo edilizio. Il 24 luglio del 1998, esce indenne dall’inchiesta sulla strage di Torre Annunziata, ma già da tre anni è sparito dalla circolazione. Il suo nome ricompare nelle pagine di cronaca locali quando, il 22 giugno 2006, la Procura antimafia di Napoli scopre che i proventi illeciti del boss vengono investiti nel settore degli appalti pubblici e nell’acquisto di immobili di lusso in Emilia Romagna e in Lombardia. Quell’inchiesta aprì uno squarcio anche nei rapporti tra clan e politica in provincia di Caserta, perché si accertò che il clan aveva appoggiato e fatto eleggere alcuni uomini di «fiducia» alle ultime elezioni amministrative (nelle intercettazioni, i camorristi si riferivano ai candidati parlando di «cavallucci»). In quell’occasione, furono sequestrati beni per circa 50 milioni di euro appartenenti ai prestanome della organizzazione.


ANTONIO IOVINE

Antonio Iovine, soprannominato «‘o ninno», il «piccolino», è nato a san Cipriano d’Aversa il 20 settembre 1964: è ricercato in ambito nazionale dal 1996 per omicidio e dal 10 luglio 1999 a livello internazionale. Nipote del boss Mario Iovine, indicato dai pentito come il killer del padrino Antonio Bardellino, a soli 27 anni viene ferito in una sparatoria con i carabinieri, nelle campagne di Frignano. I complici che erano con lui avevano aperto il fuoco sui militari utilizzando fucili a pompa e pistole di grosso calibro. Scarcerato dopo due anni, viene arrestato nuovamente nell’aprile del 1994 per duplice omicidio: un pentito, Antonio Pugliese, lo accusa di aver assassinato il 25 maggio 1988 Giuseppe Tambaro e il 26 giugno di un anno dopo Rosario Sequino, entrambi affiliati alla Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo. Dopo due mesi, il Tribunale del riesame, però, smonta la ricostruzione della Procura e lo libera, ritenendo non sufficienti le dichiarazioni del collaboratore di giustizia per trattenerlo in galera. Da quel momento, di Antonio Iovine si perdono le tracce: finiscono nella rete, uno a uno, alcuni dei suoi uomini di fiducia: fiancheggiatori, manager del crimine, killer e prestanomi. Ma lui, il padrino, resta imprendibile. Il 26 maggio 2008, una inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Napoli smantella la rete di porta-ordini di Iovine, all’interno della quale figura anche la moglie, Enrichetta Avallone. Nell’abitazione del boss, gli investigatori trovano pellicce, mobili di lusso, orologi e gioielli di valore che non è stato possibile sequestrare perché ogni oggetto era accompagnato da un bigliettino di auguri che ne dimostrava la lecita «provenienza». Erano regali di amici e conoscenti.

venerdì 1 maggio 2009

L'ultimo dei Bidognetti

Michele Bidognetti, l’ultimo capo in libertà dell’ala stragista dei Casalesi, lo hanno arrestato ieri, all’alba, gli uomini della Dia nella sua abitazione a Casal di Principe: per la Procura antimafia di Napoli è il reggente del clan, nonché il fedele «ufficiale di collegamento» con il fratello detenuto, il boss Francesco Bidognetti, soprannominato «Cicciotto ’e mezzanotte», dal quale – attraverso bigliettini manoscritti e colloqui in carcere – prendeva ordini da affidare a «picciotti» e taglieggiatori. E proprio la lunga scia di «pizzini» e di intercettazioni ambientali hanno portato gli investigatori a delineare un quadro accusatorio in cui la figura di Michele Bidognetti assume il ruolo di colonna portante di una potente famiglia mafiosa, colpita a morte dalle ultime inchieste della magistratura, ma non ancora sradicata dall’hinterland casertano. A lui era stata affidata la gestione del traffico di droga sul litorale domizio e il coordinamento delle «paranze» di estorsori che rastrellano, settimana dopo settimana, mese dopo mese, negozi e piccole imprese artigiane della zona per incassare la «tassa della tranquillità».
Di Michele Bidognetti – ufficialmente disoccupato, ma con una passione sfrenata per il lusso e le auto di grossa cilindrata – aveva parlato, recentemente, l’ex cognata, Anna Carrino, passata a collaborare con la giustizia. Nel corso di un interrogatorio davanti ai magistrati, la donna – che era stata legata sentimentalmente a Francesco Bidognetti – aveva infatti dichiarato: «Per quanto riguarda l’ammontare delle somme che tendenzialmente dovevano essere distribuite fra le famiglie dei detenuti e dovevano servire per la copertura delle spese legali, non sono in condizione di fornire notizie o precise perché non me ne occupavo direttamente. Posso dire che Michele Bidognetti mi diceva che con 120mila euro mensili lui comunque non riusciva assolutamente a coprire le spese. Va considerato che come ho riferito, alcuni avvocati erano pagati mensilmente. Materialmente il danaro alle famiglie dei detenuti veniva distribuito da Michele Bidognetti il quale si avvaleva della collaborazione di alcuni ragazzi tra i quali Gino Grassia, Luigi Tartarone oppure Raffaele Maccariello».
Nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere – chiesta dai pm della Dda di Napoli, Giovanni Conzo e Raffaello Falcone – Bidognetti viene descritto come il naturale successore di Giuseppe Setola, il sanguinario killer che ha terrorizzato per mesi la provincia di Caserta, trucidando gli imprenditori che si ribellavano al racket e i familiari dei pentiti. Un ruolo operativo riconosciutogli soltanto di recente e motivato, con tutta probabilità, dalle decine di arresti che hanno decimato la holding criminale, rimasta priva dei suoi uomini più pericolosi e spregiudicati e, pertanto, costretta ad affidarsi anche a chi non ha mai potuto ambire ai gradi del comando. Con Setola a piede libero, infatti, Michele Bidognetti era relegato ai margini del clan – nonostante il legame di sangue con il gran capo, rinchiuso al 41bis – da cui otteneva, come forma di omaggio, uno stipendio di 5mila euro al mese.
Nel corso dell’inchiesta, gli uomini della Direzione investigativa antimafia di Napoli hanno sequestrato beni per oltre cinque milioni di euro (appartamenti, ville, terreni, negozi) e denunciato all’autorità giudiziaria dieci persone, accusate di intestazione fittizia di beni. Avrebbero, in pratica, agevolato il processo di riciclaggio del denaro sporco della cosca, figurando come proprietari e titolari di attività economiche nelle dirette disponibilità dei capi-camorra.
(Pubblicato su Terra, 30 aprile 2009)

martedì 28 aprile 2009

Il Bingo dei Casalesi

NAPOLI — Un anno fa un uo­mo ferito a colpi d’arma da fuo­co si presentò ai carabinieri di Fuorigrotta, chiedendo aiuto. Gli avevano sparato addosso per ucciderlo, ma senza riuscir­ci. Dei motivi dell’agguato la vit­tima — Ciro Rigillo, 51 anni, pregiudicato per fatti di camor­ra — non volle dire nulla.

Chissà se c’entra qualcosa col tentato omicidio, ma ieri gli investigatori della Guardia di Fi­nanza hanno arrestato Rigillo, insieme ad altre 28 persone, nel­l’operazione contro la «holding criminale» che gestisce l’affare dei video-poker e delle sale gio­co in Campania e non solo; se­condo l’accusa, è uno dei princi­pali anelli della catena che ha portato gli affari della banda an­che al centro-nord, fino a Mila­no dove controllava la sala Bin­go di viale Zara, quella di Cernu­sco sul Naviglio, e poi a Colo­gno Monzese, Brescia, Cremo­na, Padova, Lucca.

Regista delle manovre per oc­cultare i reali proprietari è, se­condo l’accusa, un signore qua­rantacinquenne anch’esso pre­giudicato, latitante da qualche mese perché considerato affine al Clan del Casalesi, fazione di Mario Iovine detto Rififi. Si chiama Renato Grasso, e per i pubblici ministeri della Direzio­ne antimafia di Napoli Arditu­ro, Del Gaudio e Maresca «ha ot­tenuto una posizione di sostan­ziale monopolio in determinate zone del territorio nazionale». Grazie alla camorra, aggiungo­no. Con un meccanismo rove­sciato, rispetto ai canoni tradi­zionali: Grasso infatti «non su­bisce l’ingerenza della crimina­lità organizzata nell’esercizio della sua attività d’impresa ma, all’opposto, strumentalizza le associazioni criminali per la propria crescita imprenditoria­le, ricercandone attivamente la collaborazione e l’apporto».

In pratica, non è la camorra a cercare l’imprenditore per im­porre la propria partecipazione agli affari, bensì è l’imprendito­re a proporre ai clan l’ingresso nell’affare, offrendo denaro in cambio dell’appoggio a piazza­re i suoi marchingegni per fare soldi: slot machine e new slot, bingo, video-poker, e scommes­se sportive. Un giro da decine di milioni di euro, che ha porta­to la «holding» di Grasso ad ac­cumulare i beni sequestrati ieri dalla Finanza: società, ditte in­dividuali, immobili, autoveico­li e altro, per un valore comples­sivo di oltre 150 milioni, assicu­rano gli inquirenti.

A Napoli gli affari di Grasso, per i quali ora è accusato di con­corso in associazione mafiosa, si sono allargati a tutta la città; s’era alleato con gran parte dei gruppi che controllano le diver­se zone: i Misso alla Sanità, i Mazzarella a Forcella, i Vollaro a Portici, i Cavalcanti nella zona flegrea, e poi a Pianura, nel rio­ne Traiano, a Fuorigrotta e via di seguito. Ovunque, faceva in modo che i camorristi impones­sero ai commercianti di utilizza­re solo le sue «macchinette».

Tra i tanti «pentiti» che parla­no di lui il capo carismatico del clan Misso, Giuseppe Missi, ha raccontato che quando nel 1999 uscì di galera e decise di riorganizzare il settore dei gio­chi, accettò di «prendere accor­di commerciali con Renato Grasso... Il clan prendeva da lui circa 12-13 milioni di lire a set­timana in cambio dell’assicura­zione del monopolio dei video­poker; in altri termini nessun esercizio commerciale, bar o sa­la giochi poteva concludere ac­cordi con altri gestori ovvero gestirla autonomamente, in quanto noi imponevamo di ri­volgersi a Renato Grasso. Era il principale gestore per il Sud Ita­lia, mi consta che avesse degli ottimi rapporti con la ’ndran­gheta in Calabria, e degli inte­ressi economici anche in quella regione oltre che nel territorio di Napoli».

Parte dei soldi così guadagna­ti veniva reinvestita negli affari al nord. La società «Dea benda­ta » che controlla la sala Bingo di viale Zara a Milano, ad esem­pio, è al 75 per cento di una per­sona considerata un prestano­me di Grasso, e così la «Febe srl» proprietaria della Sala Bin­go di Cernusco; a provarlo ci so­no, secondo la ricostruzione dell’Antimafia napoletana, in­tercettazioni e e-mail nelle qua­li veniva di fatto «confessato» di accumulare denaro grazie ai videopoker illegali. Come quel­li vietati dal comma «7 bis» del­la legge che regola la materia, espressamente messi al bando; in un messaggio di posta elet­tronica con il rendiconto dell’ul­timo quadrimestre 2006, i rica­vi indicati alla voce «noleggio 7 bis» (chiaro riferimento a quel tipo di macchinette) vengono valutati in quattro milioni e mezzo di euro. Il totale dell’uti­le netto dell’intera «area d’affa­ri slot machines», consideran­do tutte le voci di entrata e di uscita, è indicato in 3 milioni e 263.000 euro. Solo per quei quattro mesi.

Giovanni Bianconi (Corriere della Sera)
28 aprile 2009