sabato 21 novembre 2009

I "numeri due" del clan Contini


La forza di un clan si misura, anche e soprattutto, con la capacità di generare nuovi capi, in grado di reggerne le fila durante l’assenza forzata dei padrini storici.
La banda del Vasto-Arenaccia, per lunghi periodi, è stata guidata da Patrizio Bosti, cognato del capoclan Edoardo ’o romano e suo uomo di fiducia.
Libero, una prima volta, nel 1996 per un permesso premio, torna in galera dopo una rocambolesca latitanza, conclusasi nel marzo del 2000 in un casolare nel Giuglianese, dove vive protetto dai Mallardo. Legato sentimentalmente, per un breve periodo, a Celeste Giuliano, è l’artefice del riavvicinamento tra la cosca di Forcella e l’Alleanza di Secondigliano, che chiude una delle pagine più cruenti delle faide di camorra a Napoli, con oltre quindici morti ammazzati.
Uomo di mediazione più che di guerra, ottiene la libertà nel 2005, per decorrenza dei termini di custodia cautelare in carcere. Il nuovo mandato di cattura per camorra, racket e droga, lo costringe alla fuga, che si conclude il 10 agosto del 2008 in un ristorante di Plaja de Aro, in Spagna.
È a tavola con una quindicina di persone, quando i carabinieri e la Guardia Civil gli chiedono i documenti. La carta di identità contraffatta non inganna gli investigatori, ai quali Bosti si rivolge con queste parole: «Siete stati bravi». E consegna i polsi.
In tasca, il padrino ha 24mila euro in contanti, in banconote da 500, e le chiavi della sua Audi R8, parcheggiata poco distante. Nel frattempo, nei suoi confronti è maturata la condanna a 23 anni di carcere per il duplice omicidio dei fratelli Giglio, che si inserisce proprio nello scontro con i Giuliano di un decennio prima.
Altro cognato di Edoardo Contini con i “galloni” di vice è Salvatore Botta, una delle menti finanziarie dell’organizzazione. Finisce in cella, una prima volta, nel dicembre del 1997, mentre si trova in un ristorante, a Bacoli, con la sua convivente. Il suo lavoro ufficiale è portantino dell’ospedale Vecchio Pellegrini, ma le informative delle forze dell’ordine lo descrivono come un malavitoso abituato agli abiti firmati e alle auto costose. Tra il marzo e il maggio del 1992, a Botta vengono sequestrati beni mobili e immobili per un valore di oltre sette miliardi di lire, tra cui una villa bunker di tre piani con quindici stanze, sei bagni, marmi pregiati e giardino (che sarà confiscata dal Tribunale e destinata a ospitare il centro della Protezione civile e la polizia municipale del quartiere) e una quindicina di vetture di grossa cilindrata. Salvatore Botta è in carcere dal 2002.
C’è infine Paolo Di Mauro, reggente dei Contini nel quartiere di Poggioreale, al confine con il bunker dei Mazzarella: braccato dal 2002 dalle forze dell’ordine, è inserito nello speciale elenco del Viminale dei ricercati più pericolosi del Paese. Deve espiare 24 anni di reclusione e, dal maggio del 2007, le ricerche sono state estese a livello internazionale.

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