venerdì 1 gennaio 2010

Quando si uccise il pentito che accusava i Sarno

È una delle pagine oscure della camorra di Ponticelli, uno dei capitoli più inquietanti della lotta tra lo Stato e la malavita organizzata. Senza alcun apparente motivo, il 25 novembre 1998, Vincenzo Ricci, collaboratore di giustizia, si impicca nella sua cella, nel carcere di massima sicurezza di Prato. L’uomo, 32 anni, era stato tra i capizona di fiducia del boss Ciro Sarno. Scampato a un agguato, nel quale era stato ammazzato il cugino Ciro, nel dicembre del 1994, Vincenzo Ricci aveva lottato per alcune settimane tra la vita e la morte. Coinvolto nel febbraio 1997 in una maxi-inchiesta sulle organizzazioni malavitose dell’area est, Ricci aveva iniziato a raccontare ai magistrati antimafia i segreti della potente cosca del rione De Gasperi, contribuendo a irrobustire le prove a carico di capi e gregari della banda e fornendo nuove, preziose notizie sui traffici illeciti gestiti dai fratelli Sarno.
La risposta dell’organizzazione, a questo “tradimento”, non si era fatta attendere: a ridosso del processo nel quale Ricci sarebbe stato chiamato a testimoniare, infatti, un altro collaboratore di giustizia, Giuseppe Correale, aveva denunciato di essere stato avvicinato da emissari dei Sarno che avrebbero voluto addomesticare le sue dichiarazioni accusatorie in cambio di cento milioni di lire.
Quasi in contemporanea, altri due collaboratori di giustizia – una donna e un giovane con un passato di tossicodipendenza – erano spariti nel nulla, probabili vittime della “lupara bianca”.
Ma un’altra circostanza aveva reso ancor più complessa e misteriosa la vicenda: il suicidio di Ricci, infatti, era il nono episodio del genere in appena undici mesi nella struttura penitenziaria della Dogaia. Prima di lui, si era tolto la vita un pregiudicato di Santa Maria Capua Vetere che avrebbe lasciato il carcere entro una quindicina di giorni per fine pena. Un vero e proprio mistero, sul quale la procura locale decise di aprire un’inchiesta, senza però grandi risultati.
Malgrado la scomparsa del collaboratore, il processo andò comunque avanti e tre anni dopo, gli uomini del clan Sarno chiamati in causa proprio da Ricci vennero condannati a pene pesantissime per associazione di stampo mafioso e traffico internazionale di stupefacenti. Tra questi, c’erano gli stessi fratelli Sarno: Ciro, Luciano, Giuseppe e Vincenzo.

Il profilo criminale di Andrea Andreotti

L’esordio nel mondo del crimine per Andrea Andreotti risale al 21 febbraio 1983, quando viene arrestato con altri dieci cutoliani per le “razzie” compiute tra Ponticelli, Cercola e Volla nei confronti di imprenditori e commercianti, taglieggiati con richieste estorsive da decine di milioni di lire.
Sospettato dell’omicidio del fratello di Mario Incarnato, tra i primi pentiti della Nco, e scagionato per mancanza di prove, entra ben presto in rotta di collisione con il nascente gruppo capeggiato da Ciro Sarno, che cerca di imporsi tra Ponticelli e Barra nella gestione del malaffare. Lo scontro tra le due fazioni è particolarmente sanguinario, tanto che gli inquirenti sono convinti che la strage del bar “Sayonara” avesse proprio Andreotti come vero e solo obiettivo.
Al termine di una latitanza durata un anno e mezzo, finisce in galera nel gennaio del 1990: gli agenti della Squadra mobile lo sorprendono a Poggioreale, mentre è in auto con il suo “consigliori”. Era stato scarcerato dietro pagamento di una cauzione di dieci milioni di lire.
Non riesce a fuggire: il blitz dei poliziotti gli impedisce qualsiasi tentativo di reazione, costringendolo alla resa. Rimesso in libertà poco meno di un anno dopo, si allontana dalla sua abitazione e fugge a Pescara per sottrarsi alle batterie di fuoco nemiche, che gli danno la caccia. Anche lì, però, viene identificato e arrestato dai carabinieri che gli notificano un provvedimento che lo confina per un anno in una casa-lavoro. Andreotti è ormai isolato nello scacchiere criminale cittadino. La guerra contro i Sarno lo vede, mese dopo mese, sempre più in difficoltà. Nelle informative delle forze dell’ordine il suo gruppo viene indicato come quello “perdente” nella faida nell’area orientale, finita sotto il controllo dei Sarno e degli Aprea. I pochi affiliati rimastigli fedeli, se non ancora transitati nelle fila dei Sarno, vengono trucidati senza pietà.
Il 6 agosto 1999, ormai lontano dal territorio che avrebbe voluto sottomettere, Andrea Andreotti viene bloccato dai poliziotti a Sesto San Giovanni, in provincia di Milano. Si era trasferito in Lombardia da due anni, insieme alla moglie e ai due figli. Le accuse nei suoi confronti sono: associazione mafiosa, estorsione, omicidio e armi.

Il profilo criminale di Antonio De Luca Bossa

Le prime informative su Antonio De Luca Bossa parlano di precedenti per associazione camorristica, omicidio e detenzione illegale di armi: è il figlio di Umberto De Luca Bossa, capozona del clan Sarno a Volla, e giovane e spregiudicato killer del gruppo. Alcuni dissidi mai sanati con la cosca di appartenenza lo portano, tuttavia, col tempo, a rivestire il ruolo di capo dell’ala “scissionista”. Il desiderio di emergere e di sostituirsi ai vecchi capi lo porta, nel giro di pochissimo tempo, a diventare il loro nemico più agguerrito.
De Luca Bossa è anche l’ispiratore della strategia della tensione che, nel 1998, terrorizza l’area orientale della città. Mandante dell’autobomba nella quale muore Luigi Amitrano, nipote dei Sarno, viene arrestato il primo maggio del 1998, al termine di una indagine lampo dei pm antimafia Giovanni Corona e Luigi Bobbio, che disarma le due fazioni in lotta ed evita una spaventosa rappresaglia, peraltro già programmata. Dalle intercettazioni telefoniche e ambientali, emerge infatti che i Sarno volevano usare kalashnikov e bazooka per annientare i nemici, dopo averli stanati con i lacrimogeni dalle abitazioni.
Il blitz vede impegnati oltre duecento carabinieri, che cingono d’assedio il quartiere di Ponticelli e abbattono i fortini dei clan eretti a difesa delle abitazioni dei padrini.
Seppur dietro le sbarre, De Luca Bossa riesce comunque a creare una propria banda di “fedelissimi” cui affida il compito di taglieggiare commercianti e imprenditori e di spacciare droga in competizione con i Sarno. La banda “scissionista” si sceglie come quartier generale l’area conosciuta come Lotto Zero, a ridosso di via Bartolo Longo.
Del giovane boss, iniziano a parlare diversi collaboratori di giustizia (Costantino Sarno, Gaetano Guida, Luigi Esposito, Antonio Formicola) che svelano che a sostenerne i piani criminali è l’Alleanza di Secondigliano, a quel tempo in lotta con i Sarno e i Mazzarella.
La procura antimafia gli arresta anche la mamma, Teresa De Luca, convivente del boss di Pianura, Peppe Marfella, contestandole ruoli direttivi all’interno dell’organizzazione di Ponticelli durante l’assenza del figlio. La bloccano in un camping a Sapri, mentre si trova in un camping con la sorella.
Agli inizi del Duemila, la banda di De Luca Bossa subisce, a sua volta, una scissione ad opera di Pasquale Fusco e Gianfranco Ponticelli, che porta a una nuova scia di sangue nei Comuni di Cercola e di San Sebastiano al Vesuvio.
Con una condanna definitiva all’ergastolo per strage, nel 2008, Antonio De Luca Bossa lascia il carcere per un periodo di ricovero in una struttura psichiatrica di Roma. Per i medici soffre di anoressia, ma ciò non gli ha impedito di continuare a gestire gli affari illeciti del suo gruppo, ormai ridotto a un manipolo di pochi affiliati, e a immiserire commercianti e imprenditori di Cercola con assurde richieste di denaro. Un nuovo provvedimento di custodia lo rispedisce in galera, dove tuttora si trova.

Il profilo criminale di Ciro Sarno

La militanza nella Nuova camorra organizzata assicura a Ciro Sarno una veloce e feroce carriera criminale: le prime notizie risalgono al 1984, quando viene destinato, per due anni, alla sorveglianza speciale insieme ad altri cinquanta malavitosi. Cinque anni dopo, con la disgregazione della maxi-cupola cutoliana, è a capo della banda che imperversa tra Ponticelli e Barra e, per questo, sospettato di essere il mandante della strage del bar “Sayonara”, il punto più cruento della lotta contro il rivale Andrea Andreotti. Al termine di quell’assurda spedizione di morte, restano sull’asfalto i cadaveri di sei uomini.
Protetto dalla omertà del rione De Gasperi, quartier generale del gruppo, Ciro Sarno riesce a imporre il proprio predominio nella gestione del malaffare (droga, racket, usura, lotto clandestino, appalti, armi e rapine ai tir) e a reclutare nuovi affiliati tra i giovani sbandati di periferia. Nell’ottobre 1990, finisce in manette, insieme a due guardaspalle, mentre si trova in un circolo ricreativo: i poliziotti della Narcotici devono far arrivare i rinforzi per respingere l’assalto delle donne che, dai balconi e dalle strade vicine, li bersagliano con pietre, piatti e bicchieri. Il boss esibisce anche una carta di identità contraffatta, ma viene riconosciuto da un agente. Era ricercato da un anno per evasione dai domiciliari.
In carcere non ci resta molto, però. E, una volta fuori, riprende da dove era stato costretto a interrompere. Denunciato da un macellaio di Ponticelli che non aveva voluto pagare una tangente di 50 milioni di lire, malgrado fosse stato minacciato dai “picciotti” del boss con una bomba a mano, e inseguito da un duplice mandato di cattura per associazione camorristica e omicidio, è catturato nel 1992 a Marina di Tortora, in provincia di Cosenza, dove si trova in vacanza insieme alla famiglia. All’irruzione dei carabinieri, cerca inutilmente di fuggire sul terrazzo della villa.
Con le prime, pesantissime, condanne per traffico di sostanze stupefacenti, il comando passa nelle mani dei fratelli Vincenzo, Luciano e Giuseppe Sarno. Il primo, capo dell’“ala” militare della cosca, è stato arrestato nell’aprile di quest’anno nell’appartamento di un dipendente incensurato dell’Asìa; il secondo – già denunciato per essersi recato in commissariato con una scorta di tre auto blindate – è indagato per un episodio di “lupara bianca” nei confronti di Carlo Amico, camorrista di Acerra, scomparso nel 2004; e il terzo, invece, bloccato a Roma mentre tentava di scappare sui tetti di Trastevere, è considerato il vero “numero due” dell’organizzazione e “mente finanziaria” del network criminale di Ponticelli. Nel 2001, gli furono confiscate due Lancia Thema e un’Alfetta blindate, che l’uomo utilizzava per proteggersi durante gli spostamenti nelle aree “a rischio” della provincia vesuviana. Alla notizia del suo pentimento, secondo quanto racconta una indagine della Dda di Napoli, il figlio Salvatore arrivò addirittura a minacciare la propria madre, Anna Emilia Montagna, perché convincesse il marito a ritrattare le dichiarazioni nei confronti degli altri esponenti dell’organizzazione. Richiesta rimasta senza risultato.
Il resto è storia recente: un eccezionale lavoro della magistratura, condotto dal pm Vincenzo D’Onofrio e dall’aggiunto Rosario Cantelmo, manda in galera decine di affiliati e scopre che, benché detenuto, Ciro Sarno continuava a ordinare esecuzioni e attentati contro i nuovi nemici. Messo spalle al muro, il padrino non può far altro che decidere di iniziare a collaborare con la giustizia.

I clan di camorra a Ponticelli

La camorra di Ponticelli è, per molti versi, parecchio simile a quella di Scampia: pochi clan dominanti sul territorio, affari leciti e illeciti a svariati zeri, ricorso alle tecniche di guerriglia per l’eliminazione degli avversari e, soprattutto, sostanziale invisibilità alle indagini nei primi anni della loro storia criminale.
Più specificamente, il clan Sarno è parecchio simile al clan Di Lauro perché entrambi hanno avuto un capo indiscusso (Ciro ’o sindaco e Ciruzzo ’o milionario, per ironia della sorte simili anche nel soprannome) ed entrambi sono entrati nel cono di luce della magistratura sostanzialmente nello stesso periodo, il 1998, ad opera – e questa è un’ulteriore coincidenza – dello stesso pool investigativo, formato dai pm antimafia Giovanni Corona e Luigi Bobbio. Tutti e due gli schieramenti si sono, inoltre, caratterizzati per la ferocia e la determinazione con cui hanno reagito ai tentativi di “scissione” (De Luca Bossa e Raffaele Amato) che ne avrebbero pregiudicato il funzionamento e la stessa sopravvivenza.
LA STRATEGIA DELLA TENSIONE – Per annientare i rivali, i gruppi di Ponticelli hanno fatto uso di armi e tattiche di matrice terroristica. Gli esempi, purtroppo, non mancano: la strage del bar “Sayonara”, costata la vita di sei uomini, nel 1989; l’arresto – nel settembre del 1991 – di due giovani, di sedici e diciassette anni, sorpresi in possesso di un ordigno ad alto potenziale che avrebbe dovuto sterminare i capi della famiglia Formicola, durante un summit a San Giovanni a Teduccio, a quel tempo in rotta di collisione con i Sarno; l’autobomba in cui perde la vita Luigi Amitrano, di ritorno dalla visita in ospedale della figlia, nell’aprile 1998, ad opera di Antonio De Luca Bossa; e – in tempi più recenti – l’attentato sventato ai danni dei capi della famiglia Panico di Sant’Anastasia come rappresaglia per l’omicidio di un affiliato ai Sarno. Il progetto prevedeva di attaccare con delle calamite cinque candelotti di dinamite alla vettura blindata dei boss rivali e di farla saltare in aria, dopo averla sventrata a colpi di fucili mitragliatori.
LA STRUTTURA E GLI AFFARI – Già dieci anni fa, le indagini della magistratura avevano analizzato la pericolosità militare e l’efficienza economica della malavita di Ponticelli, tant’è che nella requisitoria del 16 novembre 1999, l’allora pm antimafia Eduardo De Gregorio, chiedendo la condanna di 38 imputati, definì la banda di Ciro Sarno «un clan camorristico gestito come una vera e propria azienda, con una rigida divisione di ruoli e turni di lavoro per la vendita degli stupefacenti», la quale «viene affidata a turno ai vari responsabili dell’associazione, in modo che ciascuno ne trattenga i proventi», in maniera tale da «realizzare una sorta di incentivo ad ampliare il giro di acquirenti».
E ancora: nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere del maggio 2009, a carico di 64 affiliati al gruppo, il gip Antonella Terzi scrive: «Si è al cospetto di cellule di un organismo unico, in qualche misura riproducenti le esperienze della criminalità organizzata del Casertano. L’impressione assai poco tranquillizzante è che i Sarno vogliano proporsi nel Napoletano quale “cupola egemone”, seguendo lo schema dei Casalesi, a loro volta ispirati dalle mafie calabresi e siciliane dei mandamenti e delle ’Ndrine».
I business della struttura criminale sono molteplici e, tutti, assai ricchi: naturalmente, c’è il traffico di droga, c’è l’usura, ma ci sono anche le estorsioni ai commercianti e agli ambulanti dei mercatini regionali, le mazzette sugli appalti pubblici e privati e la gestione dei videopoker.
E proprio a proposito degli interessi della camorra di Ponticelli sulle macchinette “mangiasoldi”, il boss Giuseppe Sarno racconta al pm Vincenzo D’Onofrio che il titolare della ditta che se ne occupa, per conto dell’organizzazione, versa un “regalo” di circa 14mila euro al mese, più singole quote ad altri rappresentanti della cosca. L’imprenditore, in una circostanza, dovette addirittura anticipare 60mila euro per pagare i festeggiamenti, in un albergo della provincia, in occasione di un anniversario di matrimonio di uno dei capi del clan Sarno.
Altro capitolo del ricco bilancio della camorra spa, prosegue il pentito, riguarda l’«attività di compravendita degli appartamenti popolari, nel senso che sia il venditore sia l’acquirente di quegli immobili, che in realtà non potrebbero vendere perché di proprietà del Comune, sono costretti a corrispondere una certa somma che si aggira intorno ai 1500-2000 euro». Alla tangente, non si sottrae nessuno, anche quelli che erano definiti “amici” del clan.
D’altronde, lo stesso soprannome di Ciro Sarno, ’o sindaco, si vuole far risalire alla sua abilità nel “colonizzare” i rioni di edilizia pubblica attraverso l’assegnazione pilotata degli appartamenti ad affiliati e “compari” del gruppo.
LA SUCCESSIONE AL COMANDO – La cosca del rione De Gasperi si è anche caratterizzata, negli anni, per l’estrema flessibilità che le ha permesso di superare, senza gravi difficoltà, le detenzioni e le latitanze dei suoi capi storici, sia grazie al ricorso a uomini di fiducia, che hanno gestito le fasi di interregno, sia grazie alla capacità delle donne dei padrini di sostituirsi ai mariti e di continuare a gestire l’organizzazione. Come dimostrato, peraltro, dalle indagini che nell’agosto del 2002 portarono alla cattura delle compagne di Ciro e Vincenzo Sarno, accusate di aver assunto e mantenuto il controllo del malaffare nell’area orientale della città, nonostante la lontananza dei coniugi.
I TERRITORI E LE ALLEANZE – Oltre ai rapporti di collaborazione con le famiglie Mazzarella e Misso (la compagna del boss Giuseppe ’o nasone, Assunta Sarno, era la sorella dei padrini di Ponticelli), il lavoro investigativo di questi ultimi anni ha portato alla mappatura degli interessi e delle alleanze strette dalla malavita di Ponticelli. Di particolare importanza, è l’accordo – al centro di un’inchiesta dell’ottobre 2008 – tra esponenti del clan Sarno e uomini della cosca Longobardi, attiva nell’area flegrea, per la gestione del racket tra Pozzuoli, Bacoli e Monte di Procida. Il rapporto di collaborazione, secondo alcuni collaboratori di giustizia, sarebbe nato da un patto siglato in carcere tra i boss Gennaro Longobardi e Giuseppe Sarno, durante la detenzione comune.
Negli anni, l’influenza dei Sarno si è estesa al centro della città (nella zona del Mercato con i fuoriusciti dei Mazzarella; alla Torretta, in collaborazione coi Frizziero; nei Quartieri Spagnoli, attraverso il sottogruppo dei Ricci) con accertate proiezioni criminali nella provincia vesuviana, ormai quasi del tutto sotto il loro controllo. Ciò che accadrà dopo è difficile dirlo, visto che la cosca è stata pesantemente ridimensionata dallo straordinario lavoro di magistratura e forze dell’ordine.

lunedì 28 dicembre 2009

Il rione fortificato

Un intero rione, a Barra, era stato trasformato nella cittadella fortificata del clan. Un “bunker” inaccessibile, dotato sia di apparecchiature high-tech che di vecchi e solidi muri di cinta per proteggersi dalle incursioni delle forze dell’ordine e dei killer nemici.
Nel corso di un blitz dei carabinieri, nell’ottobre Duemila, furono scoperti telecamere miniaturizzate, grandi appena un centimetro, monitor e potenti proiettori di luce che sorvegliavano le vie di accesso e di fuga al quartier generale della famiglia Aprea-Cuccaro-Alberto. Ma non solo: oltre all’apparato di difesa passiva, i militari del comando provinciale rinvennero pure garitte blindate e cordolature in cemento per rallentare eventuali inseguimenti.
Gli “occhi elettronici” erano stati mimetizzati su lampioni e muri per controllare le strade adiacenti alle abitazioni dei boss. Alla fine dell’operazione, furono undici i monitor sequestrati e ben tredici le telecamere ritrovate. Una di queste, posizionata davanti all’ingresso dello stabile dove vivono i parenti del padrino Giovanni Aprea, era collegata a una centralina in grado di inquadrare, in una sola schermata, quattro diverse angolazioni.

La banca della camorra

Una sorta di circuito creditizio parallelo illegale, gestito dal clan Aprea-Cuccaro, venne scoperto dai carabinieri del comando provinciale di Napoli in una complessa indagine patrimoniale dell’aprile del 1994, che portò anche al sequestro di beni per oltre venti miliardi di lire.
Un vero e proprio impero economico, edificato grazie al riciclaggio di denaro sporco, che aveva permesso ai vertici del sodalizio criminale dell’area orientale di imporsi in alcuni settori commerciali legali, come la grande distribuzione organizzata e l’edilizia, e di snaturare le dinamiche di mercato attraverso il ricorso alla violenza e alla concorrenza sleale.
Nel corso dell’operazione, gli investigatori apposero i sigilli a venti appartamenti, trenta automobili, terreni, capannoni industriali e tre società attive nel settore alimentare.
Secondo quanto ricostruito dagli uomini del comando provinciale dell’Arma, i “colletti bianchi” del clan si finanziavano da un lato con la ricettazione di derrate alimentari, provenienti dalle rapine ai tir, che venivano “riciclate” attraverso apposite aziende del ramo e rivendute in discount e supermercati compiacenti, e dall’altro con richieste di tangenti ai commercianti e ai piccoli imprenditori della zona, ai quali – e così il cerchio infernale si chiudeva alla perfezione – venivano finanche offerti prestiti a tassi usurari per il pagamento del pizzo.
Il flusso di denaro che ne scaturiva, naturalmente, si moltiplicava a ogni passaggio di mano, tanto da rendere necessaria la costituzione di una “banca del clan”, attiva tra Poggioreale, Barra, Ponticelli e San Giovanni a Teduccio, alla quale i negozianti in difficoltà potevano rivolgersi per l’ottenimento di prestiti.
Quella non fu, comunque, l’unica inchiesta che andò a colpire il polmone “finanziario” della cosca, perché beni per altri dieci miliardi furono sequestrati a distanza di qualche settimana a San Giorgio a Cremano (un intero edificio, con diciotto appartamenti, tre capannoni e due terreni) e a Poggioreale, dove la cosca capeggiata da Giovanni Aprea aveva la disponibilità di un palazzo, composto da sette appartamenti, cinque autovetture, sei motociclette e due appartamenti.
Il valore dei beni, in quest’ultimo caso, superava i due miliardi di lire.