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venerdì 25 dicembre 2009

S'impicca in cella il killer del clan Mazzarella

Ciro Giovanni Spirito, 35 anni, il collaboratore di giustizia suicidatosi oggi nel carcere romano di Rebibbia, era detenuto in quanto ritenuto un killer del clan camorristico dei Mazzarella. L’uomo è stato trovato impiccato all’alba di oggi, con la cintura dell’accappatoio allo stipite di un armadietto. Sul posto è arrivato il magistrato di turno Andrea Mosca, che ha avviato accertamenti per stabilire le cause del suicidio. Spirito, a quanto si è appreso, non ha lasciato messaggi per spiegare il gesto. Domani il magistrato affiderà l’autopsia ad un medico legale.
Spirito, insieme con il boss Vincenzo Mazzarella, di 53 anni, fu arrestato nel 1999 a Nizza dalla Squadra Mobile di Napoli in collaborazione con agenti di polizia francesi. I due, come ricostruisce l'Ansa, furono sorpresi in un lussuoso residence dell’ hotel Siracuse a Villeneve Luobet. Mazzarella e Spirito finirono in manette con l’accusa di associazione per delinquere di stampo camorristico. A Spirito, in particolare, si contestava anche l’omicidio di Egidio Cutarelli, avvenuto il 16 febbraio 1998, davanti al carcere di Poggioreale a Napoli. Il delitto avvenne nell’ ambito dello scontro tra gli esponenti del clan Mazzarella e quelli della «Alleanza di Secondigliano». Nella sparatoria morì anche il padre di Vincenzo Mazzarella, Francesco. L’agguato era stato organizzato dai killer dell’«Alleanza di Secondigliano» contro Vincenzo Mazzarella che quel giorno doveva essere scarcerato.

lunedì 23 novembre 2009

Il boss Michele Zaza


Figlio di un pescatore di Procida, Michele Zaza, ’o pazzo, diventa il più importante contrabbandiere di sigarette d’Europa tradendo gli antichi soci del clan dei Marsigliesi e passando sotto la protezione di Cosa nostra siciliana, che lo ripaga dei soldi guadagnati e della lealtà innalzandolo al rango di uomo d’onore. Di lui parlerà con i giudici del pool antimafia di Palermo anche il pentito Tommaso Buscetta.
Il quartier generale di Zaza è nel budello di Santa Lucia, da dove comanda una flotta sterminata di motoscafi blu che inondano le coste della Campania e del Sud Italia di decine di migliaia di casse di tabacco fuorilegge.
Il suo non è il cliché del mafioso silenzioso, che vive nell’ombra: si fa costruire due ville faraoniche, a Posillipo e a Beverly Hills, e viaggia tra la Francia e gli Stati Uniti. Rilascia interviste - l’ultima, a un giornalista dell’agenzia Ansa, in Costa Azzurra, nel 1991, gli offre l’opportunità di sottolineare parole di stima per il giudice Giovanni Falcone («È un grand’uomo») e di ironia per i politici («Se nasco un’altra volta mi butto in politica») – e veste i panni dell’imprenditore chiacchierato perseguitato dai magistrati: «Facevo il commerciante, perché i carichi di sigarette li pagavo e facevo vivere tante di quella gente che mi chiamavano l’Agnelli del Sud. Ci sono ancora tante persone che a Napoli mi vogliono bene».
Arrestato una prima volta a Roma con indosso un giubbotto antiproiettile e un miliardo di lire, tra banconote e assegni, arrotolato nelle tasche, a Capodanno del 1984 evade dalla clinica “Mater Dei” di Roma per rifugiarsi in Francia. Catturato prima di imbarcarsi con la famiglia su un aereo per la California, torna in libertà per gravi problemi di salute. Nel 1989, i poliziotti lo bloccano a Villeneuve Loubet, tra Nizza e Marsiglia, con l’accusa di contrabbando e corruzione. La libertà, due anni dopo, gli costa una cauzione di 220 milioni, ma la sua situazione processuale è definitivamente compromessa. I magistrati napoletani lo accusano di traffico internazionale di droga, associazione mafiosa e duplice omicidio. Nel 1994, viene estradato dalla Francia e rinchiuso nel carcere di Regina Coeli. Michele Zaza ’o pazzo muore per un infarto il 18 luglio di quello stesso anno al Policlinico “Umberto I”, dov’è stato trasferito due giorni prima per una serie di accertamenti.

Il leopardo nascosto nel garage del boss


La leggenda dei vicoli che lo vuole al guinzaglio del padrone è certamente fantasia, ma ciò che apparve agli occhi increduli dei poliziotti quel 17 marzo di undici anni fa non era affatto frutto di un’allucinazione, o di una svista. In una gabbia, sistemata nel garage del boss Vincenzo Mazzarella, in via Murialdo, a Poggioreale, ondeggiavano le forme sinuose di un leopardo. Impossibile sbagliarsi: i ruggiti di disapprovazione per la quiete turbata dall’irruzione delle forze dell’ordine indicavano senza ombra di dubbio la presenza del principe della savana, di sicuro poco abituato ai visitatori in divisa. Il predatore era l’animale da compagnia del capo della potente famiglia malavitosa dell’area orientale.
Al ritrovamento del felino, femmina e di grossa taglia, gli agenti di una “volante” arrivarono quasi per caso, inseguendo tre giovani fuggiti alla vista del lampeggiante. Due di questi, un 26enne e un 24enne, dopo una corsa di un centinaio di metri, si rifugiarono nell’edificio, nel quale abitano altri parenti del padrino. Erano gli addetti alla custodia e all’alimentazione dell’animale, tenuto peraltro in pessime condizioni igienico-sanitarie.
Durante i controlli nel garage, i poliziotti furono raggiunti dalla moglie di Vincenzo Mazzarella e dal nipote, che cercò inutilmente di giustificare il possesso del predatore, dichiarando che era stato acquistato dallo zoo di Roma per sette milioni di lire, ma di non poterlo dimostrare perché la documentazione sanitaria era ancora in possesso del giardino zoologico. Anche per lui scattò la segnalazione all’autorità giudiziaria. Il leopardo finì nelle gabbie, ben più sicure, dello zoo di Napoli, dove – un paio di anni dopo – l’avrebbe raggiunto il leone di Raffaele Bambù, capozona dei Contini. Un leone chiamato Simba.

Gli altri fratelli


Vero erede dello zio, Michele Zaza, Ciro Mazzarella, ’o scellone, più che un camorrista è un broker del contrabbando. Tant’è che non ha un suo clan, come invece i fratelli Vincenzo e Gennaro, e fin da subito si allontana da Napoli per arricchirsi con il commercio delle bionde sulle rotte internazionali che uniscono, in un unico triangolo, il Marocco, il Montenegro e la Svizzera.
Le prime informazioni sul boss risalgono al 1974, quando viene identificato durante un summit tra uomini d’onore in un albergo del lungomare. Tre anni dopo, presiede un vertice tra contrabbandieri napoletani e mafiosi siciliani in un circoletto di Santa Lucia. Nel 1978 è in compagnia del padrino di Cosa nostra Stefano Giaconia all’aeroporto di Capodichino, ma riesce a evitare l’arresto.
Nell’aprile del 1981 evade dall’ospedale Cardarelli, dov’è stato ricoverato in rianimazione dopo un agguato, calandosi dalla finestra di un bagno. Lo arresta, un anno dopo, il vicequestore Antonio Ammaturo, stanandolo in un appartamento di San Giovanni a Teduccio. Nel 1983 viene coinvolto nel “processo dei 101” dal giudice Arcibaldo Miller insieme a Luigi Giuliano e Carmine Giuliano, Luigi Vollaro e Carlo Biino, ex luogotenente di Raffaele Cutolo passato con la Nuova famiglia.
Nel settembre del 1993, la Squadra mobile di Napoli lo cattura a Lugano, in Svizzera, dove Mazzarella vive in una villa di lusso sulle colline di Viganello. È inseguito da un mandato di cattura richiesto dai pm Paola Ambrosio, Luigi Bobbio e Lucio Di Pietro per associazione per delinquere. In Svizzera ha sede anche la sua società di import-export, la “Gestex Sa”, che secondo gli investigatori è l’ombrello di copertura di affari illeciti in mezzo mondo. Afflitto da problemi cardiaci, Ciro Mazzarella tornerà più volte in libertà (e in carcere), fino all’ottenimento degli arresti domiciliari, per motivi di salute, a Roma, dove tuttora si trova. La sua ultima fuga all’estero è stata in Spagna.
Diverso, invece, è il profilo di Gennaro Mazzarella, soldato della Nuova famiglia negli anni Ottanta e protagonista di due spettacolari fughe (l’una riuscita, l’altra no): la prima, nel novembre del 1985 dall’ospedale Monaldi; la seconda a nuoto, nelle acque del Borgo marinari inseguito dai poliziotti che lo bloccano, dopo parecchie bracciate, al largo del Castel dell’Ovo.
Nell’agosto del 1998, viene rintracciato in un residence extralusso a Porto Banus, Marbella, dove il soggiorno quotidiano costa dieci milioni di lire. È inseguito da una condanna a cinque anni per una rapina a un portavalori compiuta quattro anni prima a Venezia. Altre ordinanze di custodia cautelare si susseguono negli anni, soprattutto per traffico di droga, in accordo con la famiglia Giuliano di Forcella, e per usura; accuse che lo trattengono in carcere, mentre indagini patrimoniali particolarmente accurate della polizia e della guardia di finanza portano al sequestro di beni per svariati milioni di euro.
Un altro fratello, Salvatore Mazzarella, impiegato comunale incensurato e lontano dalle illogiche dinamiche criminali, viene ammazzato per vendetta nel maggio del 1995 da un killer 17enne, sorpreso dai poliziotti al momento di sparare il colpo di grazia alla testa.

Il boss Vincenzo Mazzarella


La traversata nel tempestoso mare del crimine di Vincenzo Mazzarella inizia una calda serata di luglio del 1988 a bordo di un traghetto per Ischia, dove i poliziotti lo arrestano per droga.
Il suo nome compare già da alcuni anni nelle informative delle forze dell’ordine che indagano sulla Nuova famiglia, il maxi-cartello criminale che raggruppa le cosche anticutoliane, a Napoli e in provincia, e combatte una guerra senza esclusione di colpi contro la Nuova camorra organizzata.
Nipote del boss Michele Zaza, contrabbandiere fatto uomo d’onore dalla commissione palermitana di Cosa nostra, Vincenzo Mazzarella affianca alla “classica” attività del commercio del tabacco fuorilegge, cui si dedica la quasi totalità della sua famiglia, affari ben più rischiosi e remunerativi: il racket delle estorsioni, l’usura e, soprattutto, il traffico di droga.
Agli inizi degli anni Novanta, sposta il suo quartier generale da via Comunale Ottaviano (San Giovanni a Teduccio) al rione Luzzatti (Poggioreale). Qui vive barricato in un appartamento difeso come una banca: telecamere a circuito chiuso e porte blindate proteggono lui e i suoi familiari.
Tra brevi detenzioni e lunghe latitanze, il potere criminale del padrino, soprannominato ’o pazzo, cresce velocemente, tanto da iniziare a infastidire anche l’Alleanza di Secondigliano.
Inseguito da un mandato di cattura per associazione camorristica, Vincenzo Mazzarella viene arrestato il 5 luglio del 1999 a Nizza. La Squadra mobile di Napoli lo intercetta in un lussuoso residence dell’hotel “Siracuse”, a Villeneuve Luobet. Insieme a lui, in vacanza in Costa Azzurra, gli agenti trovano anche il killer di fiducia del gruppo, Ciro Giovanni Spirito, allora venticinquenne, ricercato per associazione camorristica e omicidio, la nuora Marianna Giuliano e il figlio Michele, che il mese dopo finirà in manette con l’accusa di aver ammazzato un pregiudicato.
L’estradizione per il capoclan avviene in tempi record: il 27 gennaio del 2000, Vincenzo Mazzarella è consegnato alle autorità italiane all’ex valico di Ponte San Luigi, dove si raduna un piccolo esercito di forze dell’ordine per la scorta. Ad attenderlo ci sono i poliziotti di Ventimiglia e un elicottero dei carabinieri, che sorveglia dall’alto le operazioni.
Nel 2002, la situazione processuale di Mazzarella si complica ulteriormente, perché la Direzione distrettuale antimafia di Napoli lo accusa di droga e armi. In particolare, i pm contestano al padrino di aver rifornito di cocaina ed eroina il clan Giuliano e di aver trattato l’acquisto di una partita di kalashnikov. Al centro dell’inchiesta ci sono le dichiarazioni di alcuni collaboratori della banda di Forcella: Raffaele e Guglielmo Giuliano, Fabio Riso e Pasquale Avagliano.
Il 23 luglio di quello stesso anno arriva il colpo di scena: la riduzione della condanna in Appello da undici a sei anni gli spalanca le porte del carcere, dove ritorna soltanto un mese e mezzo dopo, grazie al blitz della polizia che lo scova in un appartamento di San Sebastiano al Vesuvio. Era ospite di una coppia di vecchi contrabbandieri.
Ritornato in libertà nel 2004, si dà alla latitanza all’estero, grazie a una soffiata che lo avverte di un nuovo provvedimento giudiziario nei suoi confronti. Viene identificato e arrestato il 17 dicembre 2004 all’interno del parco Eurodisney, a Parigi. All’arrivo degli uomini della squadra mobile, il boss si trova in auto e sta incassando del denaro da tre senegalesi, uno dei quali in possesso di passaporto diplomatico.
I pm Beatrice, Narducci e D’Avino lo accusano di una sfilza di reati che da allora lo tiene dietro le sbarre, in regime di carcere duro.

La storia del clan Mazzarella

Da borgo di pescatori, San Giovanni a Teduccio diventa, a metà degli anni Settanta, il centro nevralgico del contrabbando internazionale di sigarette: con la crisi delle aziende conserviere e la riduzione di commesse per la locale sede della Cirio – che fin dagli anni Trenta offre lavoro agli abitanti della zona -, il crimine diventa l’unica e solida fonte di sostentamento per i residenti.
È una storia che può apparire vecchia, ma purtroppo vera.
Comincia, per prima, la famiglia Zaza a cui succedono, nel corso di un decennio, i nipoti Vincenzo, Gennaro e Ciro Mazzarella, al seguito dei quali s’ingrossa, di anno in anno, un esercito senza nome di disperati e disoccupati, sbandati e tossici che cercano la ricchezza facile senza troppa fatica. Molti di loro finiranno in carcere e altri, più sfortunati, in una cassa di legno, sottoterra.
L’espansione dei traffici illeciti – dal commercio delle bionde si passa ben presto all’usura e alle truffe – comporta una corrispondente espansione territoriale che si sviluppa seguendo i vicoli bui che, dall’area orientale, portano al cuore della città: Vincenzo Mazzarella si insedia nel rione Luzzatti, a Poggioreale, mentre il fratello Gennaro inizia a controllare il business del malaffare nella zona del Mercato e del Pallonetto di Santa Lucia, per arrivare fino a Chiaia e alla Torretta. Con loro ci sono parenti e amici d’infanzia che vanno a formare gli organi direttivi del clan.
L’ingresso nei ranghi della Nuova famiglia e la vicinanza dei Mazzarella alle cosche mafiose siciliane (ne parleranno pentiti del calibro di Antonino Calderone, Francesco Marino Mannoia, Gaspare Mutolo) incrementano gli utili del clan, che a metà degli anni Ottanta trova una sconosciuta e gigantesca forma di guadagno: il traffico di droga.
Per meglio gestire il business, i Mazzarella stringono accordi con i Giuliano di Forcella, finendo per inglobarli sul finire degli anni Novanta e sostituirli alla guida del rione, con i Misso della Sanità, con i Sarno di Ponticelli e con i trafficanti del network camorristico Di Lauro di Scampia.
La piccola famiglia criminale, nata e cresciuta all’ombra del padrino Michele Zaza, diventa così una delle realtà delinquenziali più pericolose e agguerrite del capoluogo, con interessi legali e paralegali nel settore alimentare, nell’abbigliamento e nell’edilizia.
L’espansione territoriale procede, infatti, non solo in direzione del centro di Napoli, dove si avverte la mancanza degli storici gruppi, spazzati via dalle inchieste antimafia, ma anche e soprattutto in provincia; i soldati dei Mazzarella iniziano una lenta e inarrestabile colonizzazione nel Vesuviano (Marigliano, Mariglianella, Brusciano, Castello di Cisterna e Pomigliano d’Arco) sulla quale, da qualche anno a questa parte, la magistratura sta indagando con crescente incisività, e in alcune regioni del Centro (Umbria e Abruzzo).
L’ombra della famiglia di San Giovanni a Teduccio si allunga su una sostanziosa fetta del malaffare cittadino (suoi referenti si trovano anche a Fuorigrotta e Bagnoli) tanto da suscitare la furia omicida dell’Alleanza di Secondigliano, che ingaggia una guerra senza quartiere per farla sparire dalla mappa della malavita organizzata della Campania. Una battaglia estenuante, che porterà su Napoli l’attenzione della stampa nazionale e internazionale.
Sul fronte interno, la cosca dei Mazzarella deve respingere gli attacchi sferrati dai Rinaldi, ex alleati cui è legata anche da vincoli di parentela, che controllano il rione Villa e alcuni territori al confine con Barra. La posta in gioco è sempre una: il controllo del mercato della droga.
La doppia contrapposizione armata provoca una lunga scia di sangue che, con tutta probabilità, non è ancora terminata, visti gli ultimi sviluppi. Due dati fanno riflettere sulla brutalità di questo conflitto: dal 9 al 18 febbraio 1998 si contano sull’asfalto dieci morti ammazzati in dieci giorni; mentre dal 2 al 13 giugno 2000 sono tredici i cadaveri raccolti tra nell’area orientale della città. Gli agguati, gli attentati e le intimidazioni – ferimenti, gambizzazioni – continuano per settimane e settimane.
Sul finire degli anni Novanta, gli uffici investigativi registrano una prima riorganizzazione del clan riguardante il profilo finanziario. Sottogruppi dei Mazzarella si trasferiscono nel Comasco, con l’obiettivo di trasferire, in conti cifrati in Svizzera, i soldi – due miliardi di lire alla settimana – incassati con il contrabbando di sigarette nel nord Italia. Tre fiduciari della banda camorristica saranno identificati e arrestati e, da allora, i canali di esportazione del denaro sporco prendono altre strade.
Ma quasi tutte le proiezioni internazionali della famiglia sono oggetto di indagine dell’Interpol e della Dia, che individuano “cellule” del clan in Spagna, in Montenegro e in Francia, dove – peraltro – trovano rifugio i capi costretti alla fuga dalle inchieste dell’autorità giudiziaria e dalla caccia all’uomo scatenata dai sicari rivali.
L’incessante azione delle forze dell’ordine e della procura antimafia, negli ultimi anni, hanno demolito il potere militare della cosca – come dimostrato dai pentimenti di alcuni dei suoi esponenti di maggiore spicco – e ridimensionato quello economico, grazie alle indagini patrimoniali che hanno portato al sequestro e alla confisca di ingenti patrimoni illegali, intestati a prestanome ma nelle disponibilità dei capicamorra e dei loro parenti.
Da recenti inchieste, è emerso che dal solo racket delle estorsioni a Forcella e alla Maddalena – commesso finanche nei confronti di poveri venditori ambulanti, costretti a pagare 70 euro a settimana, e dei commercianti cinesi – il clan incassa oltre 200mila euro al mese, parte dei quali serve a stipendiare gli affiliati detenuti mentre la restante porzione viene investita in attività lecite, come pizzerie, ristoranti e Internet point.
Che il clan, dopo gli arresti e le condanne pesantissime che hanno di fatto decapitato l’organizzazione, sia in difficoltà emerge dagli atti di una indagine del 2006 a carico delle paranze di estorsori dei Mazzarella.
In una intercettazione, infatti, si ascolta un commerciante lamentarsi al telefono con un amico, a proposito dei rastrellamenti effettuati dagli emissari della famiglia: «Il fatto è che questi vedono fare un buco in mezzo alla strada? Vanno lì e vogliono 100 euro. Fermano un cantiere la settimana scorsa, hanno fermato un cantiere per 200 euro al mese, è stato due giorni sopra ad un cantiere per avere 200 euro, siamo proprio alla fine...».

mercoledì 11 novembre 2009

Camorra e contraffazione, blitz contro i Mazzarella

Trentacinque ordinanze di custodia cautelare in carcere eseguite sulle quaranta richieste e beni sequestrati per 20 milioni di euro tra conti correnti, beni mobili, immobili e società. Sono i numeri dell'operazione "Tutti al cinema pezzotto" che ha assestato un duro colpo al clan camorristico Mazzarella, tra i più attivi nel mercato della contraffazione audiovisiva. L'operazione, coordinata dalla Dda di Napoli, e condotta dalla Guardia di Finanza di Roma e Napoli in collaborazione con il Servizio centrale investigazione criminalità organizzata, ha visto l'impiego di 650 finanzieri, 190 automezzi, di un elicottero e di unità cinofile.
Centoventicinque le perquisizioni domiciliari eseguite tra Napoli e provincia. Il clan - hanno sottolineato gli inquirenti - gestiva una fetta importante del mercato della contraffazione audiovisiva, con introiti milionari che venivano reivestiti nel traffico di droga, nell'acquisto di armi e in altre attività finanziarie. Le indagini avviate nel 2006 in una prima fase avevano già consentito di colpire 10 gruppi criminosi e di sequestrare 32 centrali di duplicazione clandestina, con 2300 masterizzatori, un milione di cd e dvd illegali e tre milioni di locandine. Sebbene le centrali fossero sul territorio campano il traffico era destinato al litorale laziale, come ha spiegato il comandante provinciale della GdF di Roma, Andrea De Gennaro. "Dietro la commercializzazione di cd e dvd falsi c'era la camorra - ha spiegato il procuratore di Napoli Lepore - e in particolare il clan Mazzarella, che ha proseguito nella sua attività nonostante l'arresto (nel 2006, ndr) del capoclan Gennaro".
A prendere le redini del gruppo ci hanno pensato infatti le donne della famiglia, le mogli dei figli del capoclan Francesco e Ciro, attualmente detenuti in regime di carcere duro: Anna Cirelli e Stefania Prota. I reati contestati agli arrestati vanno dall'associazione per delinquere all'estorsione. Fra i beni sequestrati anche il 'parco macchine' del clan: oltre 150 veicoli intestati a prestanome, spesso 'nullatenenti'. 'Sembra di essere ritornati ai tempi del contrabbando'', ha aggiunto Lepore. "Quella della contraffazione è una realtà - ha commentato il pm di Napoli, Alessandro Pennasilico - che consente alla camorra di costruire patrimoni immensi, se si pensa che i dvd pirata, costati appena 40 centesimi, vengono smerciati sui marciapiedi a un prezzo tra i 5 e i 7 euro". Anche le locandine dei dvd e cd contraffatti avevano una sorta di 'bollino della camorra'', che consentiva di distinguerle. Gennaro Mazzarella aveva fatto addirittura produrre in Cina i supporti vergini con le proprie iniziali.
"La camorra sceglie gli affari migliori, che comportano meno rischi e maggiori rese" ha spiegato il comandante provinciale della Guardia di Finanza di Napoli, generale Giovanni Mainolfi. "Le indagini patrimoniali - ha detto - ci hanno permesso di risalire a membri del clan come Ciro Mazzarella, individuato a Santo Domingo seguendo le rimesse in denaro della madre". Nel corso delle indagini è emerso anche il ruolo di vertice di Annunziata Imparato, detta 'Pit bull'', che aveva assunto la reggenza del clan e il controllo degli affari. Ma le attività illecite del clan Mazzarella non si limitavano alla pirateria audiovisiva estendosi anche al controllo del mercato ittico di piazza Mercato a Napoli. Le pescherie della zona, infatti, erano obbligate ad acquistare da una autobotte gestita dal sodalizio l'acqua di mare necessaria per la conservazione dei prodotti ittici. L'accordo tra i clan, inoltre, prevedeva la suddivisione della merce con pescherie e ristoranti obbligati a rifornirsi delle paranze della camorra.