«Camorra real estate»: ovvero, come i clan fanno soldi e proseliti vendendo e affittando appartamenti nei quartieri-ghetto della città.
Le strategie, come emerso dalle indagini della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, sono le più variegate: a Pianura, dove – secondo alcune stime, mai smentite – il novanta per cento delle costruzione è abusivo, la lottizzazione è stata gestita per decenni dal clan Lago. «Nel disordine amministrativo di quel quartiere», commenta un investigatore, «la camorra ci ha sguazzato senza problemi, raggiungendo un livello tale di controllo del territorio da autorizzare la vendita, attraverso regolari rogiti notarili, delle case di proprietà del Comune di Napoli».
Anche a Ponticelli, nell’area orientale del capoluogo, si sono verificati episodi analoghi. A parlarne per primo è stato il pentito Giuseppe Sarno, che al pm Vincenzo D’Onofrio ha confidato: «Un mio fratello ha anche introiti che derivano dalla attività di compravendita degli appartamenti popolari, nel senso che sia il venditore sia l’acquirente di quegli immobili, che in realtà non potrebbero vendere perché di proprietà del Comune, sono costretti a corrispondergli una certa somma che si aggira intorno ai 1500-2000 euro. Devo precisare - ha aggiunto - che li pretendeva da tutti, anche dalle persone che gli ho detto di essere nostri amici».
Il business delle case del clan è concentrato nel rione De Gasperi, roccaforte dei Sarno, e nel cosiddetto «parco di topolino», così chiamato dal soprannome del camorrista che gestisce il mercato immobiliare in zona. D’altronde, nulla di strano se il capostipite della cosca, Ciro Sarno, laureatosi in giurisprudenza in carcere e da qualche mese passato a collaborare con la giustizia, è conosciuto all’anagrafe di camorra con il nomignolo di Ciro ’o sindaco, proprio per la sua abilità nell’assegnazione degli alloggi popolari agli affiliati. Il trucco, in questo caso, è semplice: la famiglia assegnataria dell’appartamento inserisce nel proprio stato di famiglia quella entrante, così da bypassare anche l’aggiornamento del censimento comunale. La camorra incassa la tangente e il gioco è fatto.
A Secondigliano, invece, i cartelli dei narcotrafficanti attuano una vera e propria politica abitativa di sostegno alle centinaia di famiglie associate: interi rioni sono stati liberati, con la forza, e assegnati ai «picciotti» delle cosche (durante la cruenta faida tra i Di Lauro e gli scissionisti, nel 2004, gli inquirenti stimarono in circa trecento le famiglie costrette a lasciare le proprie abitazioni perché finite nel mirino dei killer). Ci sono intere strade abitate, esclusivamente, da camorristi.
In provincia di Caserta, i Casalesi hanno adottato una strategia unica nel suo genere, affittando le ville dei padrini latitanti, Antonio Iovine e Michele Zagaria, direttamente agli «alti papaveri» e ai funzionari della vicina base Nato di Gricignano d’Aversa. I militari dell’Alleanza atlantica se ne sono accorti quand’ormai era troppo tardi e negli Usa lo scandalo era già finito sulla scrivania del capo del Pentagono. Su questi casi, è stata aperta una inchiesta, coordinata dal pm Antonello Ardituro, che dovrebbe arrivare a breve a conclusione.
(Pubblicato su "Il Sole24Ore Sud")
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domenica 4 aprile 2010
venerdì 15 gennaio 2010
Arrestato Antonio Zaccaro, reggente dei Bocchetti
Gli agenti della Squadra Mobile della Questura di Napoli hanno arrestato Antonio Zaccaro, 45 anni, attuale reggente del clan Bocchetti, attivo, a Napoli, nella zona compresa tra Secondigliano e San Pietro a Patierno. L'uomo, latitante dallo scorso dicembre in quanto colpito da un provvedimento cautelare emesso dal Tribunale di Napoli, è stato rintracciato in un appartamento in via Enrico de Nicola, a Melito, nella disponibilità di Giuseppe Sbarra, napoletano di 48 anni, arrestato per favoreggiamento aggravato.
Bloccato a Melito - Il pregiudicato Antonio Zaccaro, 45 ani, ritenuto l' attuale reggente del clan Bocchetti attivo a San Pietro a Patierno, è stato arrestato dalla polizia. Zaccaro è stato bloccato nel pomeriggio di ieri a Melito dagli agenti della squadra mobile nell' appartamento di un incensurato che lo ospitava. L' uomo, che lavora in una ditta di pulizie, è stato arrestato per favoreggiamento aggravato. Zaccaro era latitante dal 4 dicembre, quando era sfuggito all' operazione disposta dalla Procura antimafia al termine delle indagini sul duplice omicidio di Gennaro e Carmine Sacco, padre e figlio, dell' omonimo clan avvenuto il 24 novembre. Nell' operazioneche furono arrestati 13 esponenti del clan Bocchetti. Il pregiudicato deve rispondere di associazione per delinquere di stampo camorristico finalizzata al traffico di droga.
Bloccato a Melito - Il pregiudicato Antonio Zaccaro, 45 ani, ritenuto l' attuale reggente del clan Bocchetti attivo a San Pietro a Patierno, è stato arrestato dalla polizia. Zaccaro è stato bloccato nel pomeriggio di ieri a Melito dagli agenti della squadra mobile nell' appartamento di un incensurato che lo ospitava. L' uomo, che lavora in una ditta di pulizie, è stato arrestato per favoreggiamento aggravato. Zaccaro era latitante dal 4 dicembre, quando era sfuggito all' operazione disposta dalla Procura antimafia al termine delle indagini sul duplice omicidio di Gennaro e Carmine Sacco, padre e figlio, dell' omonimo clan avvenuto il 24 novembre. Nell' operazioneche furono arrestati 13 esponenti del clan Bocchetti. Il pregiudicato deve rispondere di associazione per delinquere di stampo camorristico finalizzata al traffico di droga.
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venerdì 1 gennaio 2010
La strategia terroristica dell'Alleanza di Secondigliano
La caratteristica forse più inquietante della camorra di Secondigliano è il ricorso, sistematico, a forme estreme di violenza, che difficilmente si erano viste all’ombra del Vesuvio. Una strategia del terrore che si manifesta in tutta la sua potenza in più di un’occasione: il 25 aprile 1998, a Ponticelli, il gruppo di Antonio De Luca Bossa, legato all’Alleanza di Secondigliano, piazza un ordigno nella vettura blindata guidata da Luigi Amitrano, nipote dei boss Sarno. La vettura, blindata, salta in aria e l’occupante muore.
Il 2 ottobre successivo, un’altra autobomba esplode nel cuore del rione Sanità, con l’obiettivo di uccidere Giulio Pirozzi, “braccio destro” del padrino Giuseppe Misso, nemico dei Licciardi. L’attentato non provoca vittime, ma fa contare ugualmente tredici feriti. Il giorno dopo, sabato 3 ottobre, un manipolo di camorristi, sempre legati all’Alleanza di Secondigliano, cerca di ammazzare con un colpo di bazooka il boss Pietro Lago, ma il proiettile – contundente e non esplosivo – manca il bersaglio e squarcia un albero.
Ma, andando ancora più indietro nel tempo, ci si accorge che le prove generali della guerriglia civile di stampo camorrista c’erano state già a partire dal 1991, secondo quanto racconta il pentito Rosario Privato, ex killer del Vomero: «Un attentato è stato effettuato nel 1991 quando Antonio Caiazzo e Gennaro Formigli hanno collocato nell’auto di Peppe ’a viola (Giuseppe Ceglia, appartenente alla cosca rivale, ndr) una bomba. La notte fu collocata la bomba ed il pomeriggio successivo Giovanni Alfano, a bordo di un’autovettura nella quale si trovava con Alessandro Desio, premette il telecomando che fece esplodere l’autovettura alla Torretta. Peppe ’a viola saltò in aria con tutta la macchina ma rimase solo ferito».
Peraltro, a vivere sulla propria pelle la ferocia “secondiglianese” sarà proprio Privato, cui sarà ammazzato uno zio come vendetta trasversale per la sua decisione di collaborare con la giustizia.
La vittima, Giovanni Arpa, soprannominato ’o pazzo, per il suo carattere esuberante ma sostanzialmente innocuo, venne rapito da un commando di malavitosi mentre si trovava in via Sigmund Freud, al rione Alto, e impiccato allo stipite di una porta, all’interno di una masseria, in località Casinelle, a Chiaiano. L’uomo, di sessantotto anni, morì dissanguato.
Il 2 ottobre successivo, un’altra autobomba esplode nel cuore del rione Sanità, con l’obiettivo di uccidere Giulio Pirozzi, “braccio destro” del padrino Giuseppe Misso, nemico dei Licciardi. L’attentato non provoca vittime, ma fa contare ugualmente tredici feriti. Il giorno dopo, sabato 3 ottobre, un manipolo di camorristi, sempre legati all’Alleanza di Secondigliano, cerca di ammazzare con un colpo di bazooka il boss Pietro Lago, ma il proiettile – contundente e non esplosivo – manca il bersaglio e squarcia un albero.
Ma, andando ancora più indietro nel tempo, ci si accorge che le prove generali della guerriglia civile di stampo camorrista c’erano state già a partire dal 1991, secondo quanto racconta il pentito Rosario Privato, ex killer del Vomero: «Un attentato è stato effettuato nel 1991 quando Antonio Caiazzo e Gennaro Formigli hanno collocato nell’auto di Peppe ’a viola (Giuseppe Ceglia, appartenente alla cosca rivale, ndr) una bomba. La notte fu collocata la bomba ed il pomeriggio successivo Giovanni Alfano, a bordo di un’autovettura nella quale si trovava con Alessandro Desio, premette il telecomando che fece esplodere l’autovettura alla Torretta. Peppe ’a viola saltò in aria con tutta la macchina ma rimase solo ferito».
Peraltro, a vivere sulla propria pelle la ferocia “secondiglianese” sarà proprio Privato, cui sarà ammazzato uno zio come vendetta trasversale per la sua decisione di collaborare con la giustizia.
La vittima, Giovanni Arpa, soprannominato ’o pazzo, per il suo carattere esuberante ma sostanzialmente innocuo, venne rapito da un commando di malavitosi mentre si trovava in via Sigmund Freud, al rione Alto, e impiccato allo stipite di una porta, all’interno di una masseria, in località Casinelle, a Chiaiano. L’uomo, di sessantotto anni, morì dissanguato.
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Costantino Sarno, il pentito fuggiasco
Costantino Sarno ha 32 anni, quando l’allora capo della sezione Omicidi della Squadra mobile di Napoli, Franco Gratteri, attuale numero uno della Direzione anticrimine della polizia, lo sorprende in un appartamento a Poggioreale, insieme a Eduardo Contini e Gaetano Bocchetti e altre tre camorristi. È il 13 settembre 1985.
Dieci anni dopo, Sarno è uno dei boss più feroci dell’hinterland, capozona per conto dell’Alleanza di Secondigliano a Miano e San Pietro a Patierno.
Protagonista di una guerra particolarmente violenta con la banda dei fratelli Stabile, radicata nel vicino quartiere di Chiaiano, finisce di nuovo in manette il 1° giugno 1997, all’aeroporto di Fiumicino, dopo cinque anni di latitanza. Gli agenti della Dia lo ammanettano appena sceso da un aereo proveniente da Belgrado. Nella ex Jugoslavia, il padrino ha installato una fiorente attività di contrabbando, che è al centro di una faida con i Licciardi, ai quali Sarno non vuole riconoscere una percentuale sui profitti. Il nuovo conflitto che ne segue porterà alla scomparsa per “lupara bianca” di 4 affiliati al gruppo del padrino Sarno: suo cognato Roberto Rosica, Walter Mallo, Arturo Galiano e Nicola Mirti.
Dopo l’arresto, decide, a sorpresa, di collaborare con la giustizia e di raccontare affari e misteri della potente camorra secondiglianese. La notizia del suo pentimento esplode come una bomba negli ambienti criminali cittadini e offre la possibilità agli inquirenti di entrare, per la prima volta, nel “cuore” delle organizzazioni della periferia nord di Napoli.
Il ripensamento ha però il sopravvento e così, ottenuta la libertà per passare la festa di Capodanno in famiglia, all’alba del 2 gennaio 1998, scappa dalla località protetta e si dà alla macchia. Si scopre che, in quel periodo, tratta con Maria Licciardi una maxi-tangente da un miliardo di lire per ritrattare le sue confessioni alla magistratura, ma il giorno di San Valentino di quello stesso anno gli agenti delle Squadre mobili di Firenze, Venezia e Napoli gli sono addosso. La fuga del pentito si interrompe a pochi chilometri dal campanile di San Marco. Costantino Sarno viene arrestato in una mansarda a Caorle. Quando si accorge dell’arrivo dei poliziotti, impugna la pistola e minaccia di usarla. Dopo venti minuti, è già in Questura, davanti al pm.
Dieci anni dopo, Sarno è uno dei boss più feroci dell’hinterland, capozona per conto dell’Alleanza di Secondigliano a Miano e San Pietro a Patierno.
Protagonista di una guerra particolarmente violenta con la banda dei fratelli Stabile, radicata nel vicino quartiere di Chiaiano, finisce di nuovo in manette il 1° giugno 1997, all’aeroporto di Fiumicino, dopo cinque anni di latitanza. Gli agenti della Dia lo ammanettano appena sceso da un aereo proveniente da Belgrado. Nella ex Jugoslavia, il padrino ha installato una fiorente attività di contrabbando, che è al centro di una faida con i Licciardi, ai quali Sarno non vuole riconoscere una percentuale sui profitti. Il nuovo conflitto che ne segue porterà alla scomparsa per “lupara bianca” di 4 affiliati al gruppo del padrino Sarno: suo cognato Roberto Rosica, Walter Mallo, Arturo Galiano e Nicola Mirti.
Dopo l’arresto, decide, a sorpresa, di collaborare con la giustizia e di raccontare affari e misteri della potente camorra secondiglianese. La notizia del suo pentimento esplode come una bomba negli ambienti criminali cittadini e offre la possibilità agli inquirenti di entrare, per la prima volta, nel “cuore” delle organizzazioni della periferia nord di Napoli.
Il ripensamento ha però il sopravvento e così, ottenuta la libertà per passare la festa di Capodanno in famiglia, all’alba del 2 gennaio 1998, scappa dalla località protetta e si dà alla macchia. Si scopre che, in quel periodo, tratta con Maria Licciardi una maxi-tangente da un miliardo di lire per ritrattare le sue confessioni alla magistratura, ma il giorno di San Valentino di quello stesso anno gli agenti delle Squadre mobili di Firenze, Venezia e Napoli gli sono addosso. La fuga del pentito si interrompe a pochi chilometri dal campanile di San Marco. Costantino Sarno viene arrestato in una mansarda a Caorle. Quando si accorge dell’arrivo dei poliziotti, impugna la pistola e minaccia di usarla. Dopo venti minuti, è già in Questura, davanti al pm.
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Tre fratelli, tutti capi
Il clan Licciardi ha visto la successione, al comando, di ben tre fratelli, dopo la morte dello storico boss Gennaro: Vincenzo, Maria e Pierino.
Il primo viene arrestato, su mandato dei pm Luigi Gay e Federico Cafiero De Raho, il 30 agosto del 1994 al casello autostradale di Napoli Nord. Il boss è seguito, silenziosamente, da una gazzella dei carabinieri che lo blocca al momento di pagare il pedaggio. Il casellante, infatti, è stato sostituito da un militare che non alza la sbarra, impedendo la fuga del ricercato. È accusato di associazione camorristica, racket e droga.
Scarcerato il 16 giugno 2002 dal carcere di Trani per fine pena, nel luglio 2004 viene coinvolto nella maxi-inchiesta del pm Antimafia Filippo Beatrice, che smantella la rete internazionale dei “magliari” della cosca, assestando un colpo terribile al “polmone finanziario” della famiglia.
Dall’indagine emerge che, nel corso della detenzione, pur se sottoposto ai rigori del 41bis, Vincenzo Licciardi era riuscito a comunicare con i suoi affiliati e, in un caso in particolare, li aveva addirittura avvisati della sua futura liberazione, scrivendo: «Non pensate che io muoio carcerato». In effetti, tornerà in circolazione di lì a poco.
La latitanza del padrino è particolarmente rocambolesca, visto che per tre volte le forze dell’ordine arrivano a sfiorarne la cattura. Ma la fortuna è dalla sua parte, almeno inizialmente. In un’occasione è costretto, addirittura, a scappare attraverso le fogne.
La lunga fuga termina, comunque, quattro anni dopo, il 7 febbraio 2008, in una graziosa villetta a Cuma, sul litorale flegreo: gli agenti della Squadra mobile, diretti da Vittorio Pisani, lo bloccano all’alba. Insieme a lui, ci sono la moglie e due amici, poi arrestati per favoreggiamento. La perquisizione nell’appartamento porterà alla luce alcuni “pizzini”, usati per comunicare con i suoi affiliati durante i frequenti spostamenti da un covo all’altro, e una forte somma di denaro contante.
Vincenzo Licciardi è stato l’ultimo esponente della cosca della Masseria Cardone a finire in galera: prima di lui, il 14 giugno 2001, era toccato alla sorella Maria, fermata dalla polizia, a Melito, mentre si trovava in auto, in compagnia di una coppia. A parlare di lei era stato anche il pentito Carmine Alfieri, che ai giudici l’aveva descritta come una vera e propria “manager” del crimine, cui il defunto fratello Gennaro aveva affidato parte della gestione del malaffare tra Secondigliano e Miano. È indagata per la strage in cui persero la vita la convivente del boss Giuseppe Misso, Assunta Sarno, e Alfonso Galeota, ed è stata recentemente scarcerata.
Il terzo e ultimo fratello, Pierino, viene invece catturato a Praga nel giugno 1999 e processato per l’autobomba in via Cristallini, al rione Sanità, del 2 ottobre 1998. Partendo dalla sua assunzione in un negozio di abbigliamento nella Repubblica Ceca, gli investigatori riescono a ricostruire la fitta trama di interessi e accordi finanziari internazionali della famiglia criminale.
Il primo viene arrestato, su mandato dei pm Luigi Gay e Federico Cafiero De Raho, il 30 agosto del 1994 al casello autostradale di Napoli Nord. Il boss è seguito, silenziosamente, da una gazzella dei carabinieri che lo blocca al momento di pagare il pedaggio. Il casellante, infatti, è stato sostituito da un militare che non alza la sbarra, impedendo la fuga del ricercato. È accusato di associazione camorristica, racket e droga.
Scarcerato il 16 giugno 2002 dal carcere di Trani per fine pena, nel luglio 2004 viene coinvolto nella maxi-inchiesta del pm Antimafia Filippo Beatrice, che smantella la rete internazionale dei “magliari” della cosca, assestando un colpo terribile al “polmone finanziario” della famiglia.
Dall’indagine emerge che, nel corso della detenzione, pur se sottoposto ai rigori del 41bis, Vincenzo Licciardi era riuscito a comunicare con i suoi affiliati e, in un caso in particolare, li aveva addirittura avvisati della sua futura liberazione, scrivendo: «Non pensate che io muoio carcerato». In effetti, tornerà in circolazione di lì a poco.
La latitanza del padrino è particolarmente rocambolesca, visto che per tre volte le forze dell’ordine arrivano a sfiorarne la cattura. Ma la fortuna è dalla sua parte, almeno inizialmente. In un’occasione è costretto, addirittura, a scappare attraverso le fogne.
La lunga fuga termina, comunque, quattro anni dopo, il 7 febbraio 2008, in una graziosa villetta a Cuma, sul litorale flegreo: gli agenti della Squadra mobile, diretti da Vittorio Pisani, lo bloccano all’alba. Insieme a lui, ci sono la moglie e due amici, poi arrestati per favoreggiamento. La perquisizione nell’appartamento porterà alla luce alcuni “pizzini”, usati per comunicare con i suoi affiliati durante i frequenti spostamenti da un covo all’altro, e una forte somma di denaro contante.
Vincenzo Licciardi è stato l’ultimo esponente della cosca della Masseria Cardone a finire in galera: prima di lui, il 14 giugno 2001, era toccato alla sorella Maria, fermata dalla polizia, a Melito, mentre si trovava in auto, in compagnia di una coppia. A parlare di lei era stato anche il pentito Carmine Alfieri, che ai giudici l’aveva descritta come una vera e propria “manager” del crimine, cui il defunto fratello Gennaro aveva affidato parte della gestione del malaffare tra Secondigliano e Miano. È indagata per la strage in cui persero la vita la convivente del boss Giuseppe Misso, Assunta Sarno, e Alfonso Galeota, ed è stata recentemente scarcerata.
Il terzo e ultimo fratello, Pierino, viene invece catturato a Praga nel giugno 1999 e processato per l’autobomba in via Cristallini, al rione Sanità, del 2 ottobre 1998. Partendo dalla sua assunzione in un negozio di abbigliamento nella Repubblica Ceca, gli investigatori riescono a ricostruire la fitta trama di interessi e accordi finanziari internazionali della famiglia criminale.
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Il profilo criminale di Gennaro Licciardi
Associazione camorristica, concorso in omicidio, detenzione abusiva di armi e spari in luogo pubblico: con queste accuse, il 28 gennaio 1981, finisce in galera Gennaro Licciardi, all’epoca poco più che ventenne. Insieme al futuro cognato, Gennaro Esposito, ’o curto, è ritenuto l’esecutore materiale dell’agguato costato la vita a una coppia di cutoliani, originaria del Salernitano.
In cambio, secondo l’informativa dei carabinieri del gruppo “Napoli 1”, i due killer avrebbero ricevuto una “Volkswagen” ciascuno.
Al momento dell’arresto, Licciardi viene trovato in possesso di gioielli rubati, per un valore di trenta milioni di lire, nonché di dieci milioni in contanti tra i quali una banconota da 50mila lire proveniente dal riscatto pagato per la liberazione di un ostaggio, avvenuta a Milano nel novembre del 1980.
A quel tempo, è indicato come uomo di fiducia del boss Luigi Giuliano e tra i più feroci sicari del Napoletano. In alcuni rapporti di polizia, si ipotizza che possa addirittura essere il “bombarolo” che ha fatto saltare in aria un’automobile davanti all’abitazione di Raffaele Cutolo, a Ottaviano, provocando una lunga scia di vendette contro gli appartenenti alla Nuova famiglia.
Nell’82 rimane ferito in una sparatoria avvenuta all’interno delle camere di sicurezza del Tribunale di Napoli, mentre si trova in attesa di un processo. A fare fuoco è un cutoliano, Michele Montagna, di Sant’Antimo, che così risponderà al giudice sul possesso dell’arma, una volta bloccato dagli agenti di custodia: «L’ho avuta in sogno dal Padreterno».
La dissoluzione della Nco porta, ben presto, Licciardi a conquistare un ruolo autonomo e predominante nello scacchiere criminale partenopeo, tanto che già agli inizi degli anni Novanta viene considerato il padrino incontrastato della periferia nord.
Il 23 marzo 1992 viene catturato, a un posto di blocco, pochi minuti dopo il blitz che ha portato in manette – per una incredibile e fortunatissima coincidenza – pure Francesco Mallardo. I due, insieme a Edoardo Contini, fanno parte del vertice dell’Alleanza di Secondigliano, il maxi-cartello criminale che, a quel tempo, sta attuando una inarrestabile espansione su tutto il territorio cittadino per impossessarsi, seguendo il folle modello camorristico ipotizzato da Raffaele Cutolo, della totalità dei traffici illeciti di Napoli e della sua provincia. Licciardi, con tutta probabilità, quel giorno doveva incontrarsi proprio con Mallardo in un casolare nelle campagne di Giugliano.
Due anni dopo, esattamente il 2 agosto 1994, il boss di Secondigliano muore nell’ospedale di Voghera, dov’era stato trasferito d’urgenza per un’infezione intestinale. Una settimana prima, i medici lo avevano operato per un’ernia ombelicale. L’autopsia chiarirà che la morte è stata provocata da choc settico per una serie di complicazioni post-operatorie.
I funerali si tengono in forma strettamente riservata tre giorni dopo. A scortare la bara di Licciardi fino al camposanto di Poggioreale sono gli uomini della Squadra mobile e del commissariato di Secondigliano. Oltre cinquanta corone di fiori, tutte rigorosamente anonime, addobbano la cappella dove la salma viene benedetta e inumata.
Qualche anno prima, nel corso di un processo, incalzato dal magistrato, Gennaro Licciardi aveva fatto mettere a verbale: «La Nuova famiglia? So che esiste, perché l’ho letto sui giornali…»
In cambio, secondo l’informativa dei carabinieri del gruppo “Napoli 1”, i due killer avrebbero ricevuto una “Volkswagen” ciascuno.
Al momento dell’arresto, Licciardi viene trovato in possesso di gioielli rubati, per un valore di trenta milioni di lire, nonché di dieci milioni in contanti tra i quali una banconota da 50mila lire proveniente dal riscatto pagato per la liberazione di un ostaggio, avvenuta a Milano nel novembre del 1980.
A quel tempo, è indicato come uomo di fiducia del boss Luigi Giuliano e tra i più feroci sicari del Napoletano. In alcuni rapporti di polizia, si ipotizza che possa addirittura essere il “bombarolo” che ha fatto saltare in aria un’automobile davanti all’abitazione di Raffaele Cutolo, a Ottaviano, provocando una lunga scia di vendette contro gli appartenenti alla Nuova famiglia.
Nell’82 rimane ferito in una sparatoria avvenuta all’interno delle camere di sicurezza del Tribunale di Napoli, mentre si trova in attesa di un processo. A fare fuoco è un cutoliano, Michele Montagna, di Sant’Antimo, che così risponderà al giudice sul possesso dell’arma, una volta bloccato dagli agenti di custodia: «L’ho avuta in sogno dal Padreterno».
La dissoluzione della Nco porta, ben presto, Licciardi a conquistare un ruolo autonomo e predominante nello scacchiere criminale partenopeo, tanto che già agli inizi degli anni Novanta viene considerato il padrino incontrastato della periferia nord.
Il 23 marzo 1992 viene catturato, a un posto di blocco, pochi minuti dopo il blitz che ha portato in manette – per una incredibile e fortunatissima coincidenza – pure Francesco Mallardo. I due, insieme a Edoardo Contini, fanno parte del vertice dell’Alleanza di Secondigliano, il maxi-cartello criminale che, a quel tempo, sta attuando una inarrestabile espansione su tutto il territorio cittadino per impossessarsi, seguendo il folle modello camorristico ipotizzato da Raffaele Cutolo, della totalità dei traffici illeciti di Napoli e della sua provincia. Licciardi, con tutta probabilità, quel giorno doveva incontrarsi proprio con Mallardo in un casolare nelle campagne di Giugliano.
Due anni dopo, esattamente il 2 agosto 1994, il boss di Secondigliano muore nell’ospedale di Voghera, dov’era stato trasferito d’urgenza per un’infezione intestinale. Una settimana prima, i medici lo avevano operato per un’ernia ombelicale. L’autopsia chiarirà che la morte è stata provocata da choc settico per una serie di complicazioni post-operatorie.
I funerali si tengono in forma strettamente riservata tre giorni dopo. A scortare la bara di Licciardi fino al camposanto di Poggioreale sono gli uomini della Squadra mobile e del commissariato di Secondigliano. Oltre cinquanta corone di fiori, tutte rigorosamente anonime, addobbano la cappella dove la salma viene benedetta e inumata.
Qualche anno prima, nel corso di un processo, incalzato dal magistrato, Gennaro Licciardi aveva fatto mettere a verbale: «La Nuova famiglia? So che esiste, perché l’ho letto sui giornali…»
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La storia del clan Licciardi
Per il clan Licciardi, così come per talune realtà camorristiche che hanno raggiunto dimensioni e organizzazione non più da banda rionale, ma da network criminale internazionale, valgono poco o nulla le categorie di “territori controllati” e “affari gestiti”. Lo spiega bene Filippo Beatrice, attuale sostituto procuratore alla Direzione nazionale antimafia, con un passato alla Dda partenopea, e titolare dell’inchiesta sui “magliari” di Secondigliano: «Quell’indagine dimostrò come l’Alleanza di Secondigliano avesse non solo una spiccata capacità militare, ma anche una dirompente forza economica, in Italia e nel mondo. Partendo dalla conquista dei mercati dell’est europeo, arrivò a controllare l’intera rete dei “magliari”, che prima era più o meno autonomamente organizzata».
Di quel filone investigativo, sfociato nel luglio del 2004 in decine di arresti e sequestri per centinaia milioni di euro, Beatrice ricorda un particolare specifico, che offre ben più di un indizio della potenza finanziaria della cosca: «Gli affiliati, che operavano negli Usa, e in particolare negli Stati di New York e della California, godevano di una speciale rete di protezione, che assicurava loro assistenza legale e copertura per determinate operazioni. Intuimmo che la cosca stipendiava anche alcuni poliziotti americani per lavorare in tranquillità. Segnalammo la traccia agli agenti dell’Fbi, ma non so, in concreto, se la pista sia stata sviluppata in seguito».
L’ULTIMA INCHIESTA – Gli arresti dei capi rimasti in libertà (i fratelli Pierino, Maria e Vincenzo) e l’evoluzione del quadro criminale cittadino (la scomparsa di vecchi alleati e la formazione di nuovi gruppi, come gli “scissionisti” guidati da Raffaele Amato e Cesare Pagano) hanno ridimensionato molto la sfera d’influenza dell’Alleanza di Secondigliano, sfrondata degli ultimi rami da una robusta azione di contrasto sviluppata dalla magistratura partenopea e dalle forze dell’ordine, sia sul fronte patrimoniale che su quello militare.
L’ultima inchiesta, risalente al luglio del 2008, ha portato in galera ciò che restava del vecchio sodalizio, compresi fiancheggiatori e “colletti bianchi”. Un’inchiesta nata grazie alle intercettazioni attivate per la cattura di Vincenzo Licciardi, che ha squarciato il velo di connivenze e complicità che hanno permesso alla famiglia malavitosa di accumulare un vero e proprio impero economico del valore, approssimativo, di oltre 330 milioni di euro. Gli interessi commerciali erano i più svariati: dal settore calzaturiero al tessile, con imprese operanti tra Casoria e San Pietro a Patierno, nonché decine di negozi di abbigliamento individuati a Napoli e a Roma, in Basilicata e in Toscana.
Il vero “core business” del clan Licciardi consisteva, però, nel riciclaggio di denaro sporco nel comparto immobiliare, nel quale i padrini hanno operato indisturbati per anni. È stato accertato, nel corso delle indagini, che la famiglia malavitosa, attraverso un gioco di scatole cinesi, avrebbe controllato l’“Immobiliare San Salvatore srl”, con 43 immobili a Casoria; la “House & House Immobiliare srl”, titolare di un deposito e sei appezzamenti a Foiaino della Chiaia (Arezzo), quattro appartamenti e quattro garage a Montignoso (Massa Carrara); la “Rocap spa”, titolare di due immobili a Roma; la “Immobiliare Amica srl” a Casavatore e l’“Immobiliare Stadera srl”, proprietaria di 43 negozi, per 2mila e 600 metri quadrati di superficie complessiva, e sei appartamenti a Casoria.
PENTITI PREZZOLATI – Le indagini sul clan rivelano anche i tentativi, incoraggiati dai capi detenuti, di bloccare le collaborazioni con la giustizia, vera e propria ossessione della criminalità organizzata. Un risultato che i Licciardi raggiungono sia assicurando la copertura delle spese legali agli affiliati finiti in carcere, sia arrivando a contrattare – quando possibile – il prezzo del silenzio direttamente con il pentito. È il caso di Costantino Sarno, alla cui moglie – si legge nelle carte processuali – «la famiglia Licciardi corrisponde mensilmente…. la somma di dieci milioni di lire».
La circostanza emerge nel colloquio intercettato in carcere, nel 2001, tra Maria Licciardi e il marito, Antonio Teghemie, allorquando la prima, avuta notizia dell’interruzione del pagamento alla donna, «sollecitava» il secondo «che sembrava non essere al corrente della questione… a contattare Edoardo Contini, il quale evidentemente contribuiva al sostegno economico della famiglia di Sarno, avendo processualmente tratto un indubbio e personale vantaggio dalla ritrattazione». Maria Licciardi, al riguardo, è lapidaria: «Evidente nun ’o pensa, che è sciuto pe l’omicidio. E Custantino nun parla». Edoardo Contini, a quell’epoca, infatti, era stato scagionato da un’accusa di omicidio proprio perché le prime dichiarazioni di Costantino Sarno non avevano avuto seguito a livello processuale.
E PENTITI DISSOCIATI - In un successivo brano, tratto sempre dall’inchiesta sui magliari, il gip scrive dei «riferimenti degli interlocutori a un loro importante affiliato, Luigi Esposito… capozona per conto della famiglia Licciardi nel rione Berlingieri» che «dopo l’omicidio del fratello Carmine, avvenuto il 14 gennaio 1997, aveva iniziato a collaborare con l’autorità giudiziaria, indicando in Gaetano Bocchetti uno dei probabili mandanti. Dopo la sua scarcerazione, Esposito aveva cessato ogni attività di collaborazione, rendendosi irreperibile». Esposito, conosciuto con il soprannome di “Nacchella”, però, «aveva fatto pervenire una duplice dichiarazione di fedeltà alla famiglia e di disponibilità ad offrire il suo contributo per la realizzazione di azioni militari… egli, infatti, aveva sminuito il suo contributo collaborativo, da un lato asserendo di esservi stato costretto in ragione della sua pesante situazione processuale (“chilli me stevano affunnanno”), dall’altro di aver proceduto a dichiarazioni accusatorie, il cui contenuto non era compromettente per la famiglia Licciardi, come si sarebbe potuto facilmente verificare, leggendo le carte processuali (“Io nun aggio ritto niente ’e straordinario… prova a leggere ’ngoppa ’e carte… io aggio fatto finta)».
Antonio Teghemie conclude la discussione ricordando alla moglie che l’ex collaboratore di giustizia aveva ribadito, ancora una volta, la sua fedeltà all’organizzazione della Masseria cardone, con queste parole: «Si caso mai che serve pe cocche battuta…». Paragonando l’omicidio di un cristiano a una battuta di caccia.
Di quel filone investigativo, sfociato nel luglio del 2004 in decine di arresti e sequestri per centinaia milioni di euro, Beatrice ricorda un particolare specifico, che offre ben più di un indizio della potenza finanziaria della cosca: «Gli affiliati, che operavano negli Usa, e in particolare negli Stati di New York e della California, godevano di una speciale rete di protezione, che assicurava loro assistenza legale e copertura per determinate operazioni. Intuimmo che la cosca stipendiava anche alcuni poliziotti americani per lavorare in tranquillità. Segnalammo la traccia agli agenti dell’Fbi, ma non so, in concreto, se la pista sia stata sviluppata in seguito».
L’ULTIMA INCHIESTA – Gli arresti dei capi rimasti in libertà (i fratelli Pierino, Maria e Vincenzo) e l’evoluzione del quadro criminale cittadino (la scomparsa di vecchi alleati e la formazione di nuovi gruppi, come gli “scissionisti” guidati da Raffaele Amato e Cesare Pagano) hanno ridimensionato molto la sfera d’influenza dell’Alleanza di Secondigliano, sfrondata degli ultimi rami da una robusta azione di contrasto sviluppata dalla magistratura partenopea e dalle forze dell’ordine, sia sul fronte patrimoniale che su quello militare.
L’ultima inchiesta, risalente al luglio del 2008, ha portato in galera ciò che restava del vecchio sodalizio, compresi fiancheggiatori e “colletti bianchi”. Un’inchiesta nata grazie alle intercettazioni attivate per la cattura di Vincenzo Licciardi, che ha squarciato il velo di connivenze e complicità che hanno permesso alla famiglia malavitosa di accumulare un vero e proprio impero economico del valore, approssimativo, di oltre 330 milioni di euro. Gli interessi commerciali erano i più svariati: dal settore calzaturiero al tessile, con imprese operanti tra Casoria e San Pietro a Patierno, nonché decine di negozi di abbigliamento individuati a Napoli e a Roma, in Basilicata e in Toscana.
Il vero “core business” del clan Licciardi consisteva, però, nel riciclaggio di denaro sporco nel comparto immobiliare, nel quale i padrini hanno operato indisturbati per anni. È stato accertato, nel corso delle indagini, che la famiglia malavitosa, attraverso un gioco di scatole cinesi, avrebbe controllato l’“Immobiliare San Salvatore srl”, con 43 immobili a Casoria; la “House & House Immobiliare srl”, titolare di un deposito e sei appezzamenti a Foiaino della Chiaia (Arezzo), quattro appartamenti e quattro garage a Montignoso (Massa Carrara); la “Rocap spa”, titolare di due immobili a Roma; la “Immobiliare Amica srl” a Casavatore e l’“Immobiliare Stadera srl”, proprietaria di 43 negozi, per 2mila e 600 metri quadrati di superficie complessiva, e sei appartamenti a Casoria.
PENTITI PREZZOLATI – Le indagini sul clan rivelano anche i tentativi, incoraggiati dai capi detenuti, di bloccare le collaborazioni con la giustizia, vera e propria ossessione della criminalità organizzata. Un risultato che i Licciardi raggiungono sia assicurando la copertura delle spese legali agli affiliati finiti in carcere, sia arrivando a contrattare – quando possibile – il prezzo del silenzio direttamente con il pentito. È il caso di Costantino Sarno, alla cui moglie – si legge nelle carte processuali – «la famiglia Licciardi corrisponde mensilmente…. la somma di dieci milioni di lire».
La circostanza emerge nel colloquio intercettato in carcere, nel 2001, tra Maria Licciardi e il marito, Antonio Teghemie, allorquando la prima, avuta notizia dell’interruzione del pagamento alla donna, «sollecitava» il secondo «che sembrava non essere al corrente della questione… a contattare Edoardo Contini, il quale evidentemente contribuiva al sostegno economico della famiglia di Sarno, avendo processualmente tratto un indubbio e personale vantaggio dalla ritrattazione». Maria Licciardi, al riguardo, è lapidaria: «Evidente nun ’o pensa, che è sciuto pe l’omicidio. E Custantino nun parla». Edoardo Contini, a quell’epoca, infatti, era stato scagionato da un’accusa di omicidio proprio perché le prime dichiarazioni di Costantino Sarno non avevano avuto seguito a livello processuale.
E PENTITI DISSOCIATI - In un successivo brano, tratto sempre dall’inchiesta sui magliari, il gip scrive dei «riferimenti degli interlocutori a un loro importante affiliato, Luigi Esposito… capozona per conto della famiglia Licciardi nel rione Berlingieri» che «dopo l’omicidio del fratello Carmine, avvenuto il 14 gennaio 1997, aveva iniziato a collaborare con l’autorità giudiziaria, indicando in Gaetano Bocchetti uno dei probabili mandanti. Dopo la sua scarcerazione, Esposito aveva cessato ogni attività di collaborazione, rendendosi irreperibile». Esposito, conosciuto con il soprannome di “Nacchella”, però, «aveva fatto pervenire una duplice dichiarazione di fedeltà alla famiglia e di disponibilità ad offrire il suo contributo per la realizzazione di azioni militari… egli, infatti, aveva sminuito il suo contributo collaborativo, da un lato asserendo di esservi stato costretto in ragione della sua pesante situazione processuale (“chilli me stevano affunnanno”), dall’altro di aver proceduto a dichiarazioni accusatorie, il cui contenuto non era compromettente per la famiglia Licciardi, come si sarebbe potuto facilmente verificare, leggendo le carte processuali (“Io nun aggio ritto niente ’e straordinario… prova a leggere ’ngoppa ’e carte… io aggio fatto finta)».
Antonio Teghemie conclude la discussione ricordando alla moglie che l’ex collaboratore di giustizia aveva ribadito, ancora una volta, la sua fedeltà all’organizzazione della Masseria cardone, con queste parole: «Si caso mai che serve pe cocche battuta…». Paragonando l’omicidio di un cristiano a una battuta di caccia.
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Secondigliano
Natale di lutto per l'attentato al boss
Fu il segno immediatamente percettibile del reale potere della camorra, a Secondigliano, e della sua capacità di indirizzare, frenando o accelerando, le attività quotidiane dei suoi abitanti.
Ancora a distanza di sette mesi da una delle stragi più spietate della storia della malavita napoletana, avvenuta al “Bar Fulmine”, all’interno del rione Monterosa, il clan Prestieri decise di continuare a imporre il lutto all’intero quartiere. Niente luminarie, niente addobbi per quel Natale di lacrime, nonostante gli ornamenti, molto spesso, rappresentassero il paravento per il pagamento del racket. La festività della Natività venne letteralmente cancellata da un clima di terrore a cui nessuno decise di contrapporre la volontà di reagire. Il solo parroco della chiesa della Resurrezione, don Vittorio Siciliano, cercò di offrire una lettura diversa dei fatti, affermando che non si trattava di una volontà delle cosche, ma di un «sentimento di lutto che coinvolge un po’ tutti, parenti ed amici dei giovani uccisi il maggio scorso».
La strana vicenda, però, non sfuggì al Questore e al Prefetto dell’epoca, tant’è che sia il primo (Ciro Lo Mastro) che il secondo (Umberto Improta) decisero di predisporre un piano di controllo particolare per i quartieri a nord di Napoli, dove – a quel tempo – si registrava la furibonda battaglia tra gli esponenti del clan Prestieri, dietro cui si celava la cupola di Paolo Di Lauro, e gli affiliati al sottogruppo criminale di Mugnano, guidati da Antonio Ruocco.
Ci fu un particolare, in quei giorni, che finì al centro del comitato cittadino per l’ordine e la sicurezza: il divieto di vendere i botti di Capodanno, a Secondigliano e Scampia. Segno di rispetto, riportano le cronache dell’epoca, nei confronti dei boss del rione Monterosa, Maurizio e Tommaso Prestieri che, nella strage, avevano perso i due fratelli Rosario e Raffaele.
Solo un ambulante ebbe il permesso, dalla malavita locale, di poter allestire la propria bancarella a ridosso della saracinesca del “Bar Fulmine”, ancora chiuso, a quasi trenta settimane dall’attentato del 18 maggio 1992: era un venditore di uccellini.
Ancora a distanza di sette mesi da una delle stragi più spietate della storia della malavita napoletana, avvenuta al “Bar Fulmine”, all’interno del rione Monterosa, il clan Prestieri decise di continuare a imporre il lutto all’intero quartiere. Niente luminarie, niente addobbi per quel Natale di lacrime, nonostante gli ornamenti, molto spesso, rappresentassero il paravento per il pagamento del racket. La festività della Natività venne letteralmente cancellata da un clima di terrore a cui nessuno decise di contrapporre la volontà di reagire. Il solo parroco della chiesa della Resurrezione, don Vittorio Siciliano, cercò di offrire una lettura diversa dei fatti, affermando che non si trattava di una volontà delle cosche, ma di un «sentimento di lutto che coinvolge un po’ tutti, parenti ed amici dei giovani uccisi il maggio scorso».
La strana vicenda, però, non sfuggì al Questore e al Prefetto dell’epoca, tant’è che sia il primo (Ciro Lo Mastro) che il secondo (Umberto Improta) decisero di predisporre un piano di controllo particolare per i quartieri a nord di Napoli, dove – a quel tempo – si registrava la furibonda battaglia tra gli esponenti del clan Prestieri, dietro cui si celava la cupola di Paolo Di Lauro, e gli affiliati al sottogruppo criminale di Mugnano, guidati da Antonio Ruocco.
Ci fu un particolare, in quei giorni, che finì al centro del comitato cittadino per l’ordine e la sicurezza: il divieto di vendere i botti di Capodanno, a Secondigliano e Scampia. Segno di rispetto, riportano le cronache dell’epoca, nei confronti dei boss del rione Monterosa, Maurizio e Tommaso Prestieri che, nella strage, avevano perso i due fratelli Rosario e Raffaele.
Solo un ambulante ebbe il permesso, dalla malavita locale, di poter allestire la propria bancarella a ridosso della saracinesca del “Bar Fulmine”, ancora chiuso, a quasi trenta settimane dall’attentato del 18 maggio 1992: era un venditore di uccellini.
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Secondigliano
Antonio Ruocco, il primo nemico
La storia criminale di Antonio Ruocco è, in pratica, la storia della guerra che lo vede contrapposto alle famiglie mafiose di Secondigliano. Guerra violentissima, nella quale – tra gli altri – cadono i fratelli Rosario e Raffaele Prestieri, vittime dell’attentato al “Bar Fulmine”, e la madre dello stesso Ruocco, trucidata da una coppia di killer a Mugnano.
Di lui parlano diversi pentiti dell’area nord di Napoli, tra cui Costantino Sarno e Gaetano Guida. La sua, raccontano, è una battaglia di sopravvivenza, che lo vede in inferiorità – strategica e militare – nei confronti del clan di Paolo Di Lauro, spalleggiato dai Prestieri, che intendono spodestarlo dal ruolo di capozona a Mugnano a favore di Salvatore Di Girolamo. Ruocco finisce in manette il 3 agosto 1992, dopo circa un mese di latitanza, in un appartamento di via Nikolajevka, a Milano, dove si è rifugiato dopo l’ultimo attentato nei confronti dei suoi familiari.
E tanta è la paura delle “bocche di fuoco” rivali, che Ruocco, scambiando i carabinieri per killer nemici, si lancia dal terzo piano dello stabile in cui vive. Alla fine del volo di diversi metri, miracolosamente riporta solo una ferita alla testa, non grave, che gli viene medicata in ospedale.
Il passaggio successivo è la collaborazione con la giustizia: non essendo riuscito a sconfiggere gli avversari sul piano degli omicidi e degli attentati, decide di provarci con le armi della legge.
Così, inizia a svelare ai magistrati i meccanismi e il funzionamento dell’allora sconosciuta maxi-cupola guidata da Paolo Di Lauro e trascina, grazie alle sue dichiarazioni, decine di camorristi alla sbarra, compreso l’imprendibile Ciruzzo ’o milionario. Al termine del processo, per ironia della sorte, saranno tutti assolti e l’unico condannato sarà proprio lui, Ruocco. Del suo caso si occupa pure la commissione parlamentare antimafia, nel 1995, quando si scopre che il neo-collaboratore di giustizia ha chiesto e ottenuto, dallo Stato, la protezione per 140 familiari.
Non tutti, però, lasceranno Mugnano per rifarsi una nuova vita e una nuova identità. Preferiranno restare nel Napoletano, convinti di essere ormai al sicuro dalle vendette della camorra.
Di lui parlano diversi pentiti dell’area nord di Napoli, tra cui Costantino Sarno e Gaetano Guida. La sua, raccontano, è una battaglia di sopravvivenza, che lo vede in inferiorità – strategica e militare – nei confronti del clan di Paolo Di Lauro, spalleggiato dai Prestieri, che intendono spodestarlo dal ruolo di capozona a Mugnano a favore di Salvatore Di Girolamo. Ruocco finisce in manette il 3 agosto 1992, dopo circa un mese di latitanza, in un appartamento di via Nikolajevka, a Milano, dove si è rifugiato dopo l’ultimo attentato nei confronti dei suoi familiari.
E tanta è la paura delle “bocche di fuoco” rivali, che Ruocco, scambiando i carabinieri per killer nemici, si lancia dal terzo piano dello stabile in cui vive. Alla fine del volo di diversi metri, miracolosamente riporta solo una ferita alla testa, non grave, che gli viene medicata in ospedale.
Il passaggio successivo è la collaborazione con la giustizia: non essendo riuscito a sconfiggere gli avversari sul piano degli omicidi e degli attentati, decide di provarci con le armi della legge.
Così, inizia a svelare ai magistrati i meccanismi e il funzionamento dell’allora sconosciuta maxi-cupola guidata da Paolo Di Lauro e trascina, grazie alle sue dichiarazioni, decine di camorristi alla sbarra, compreso l’imprendibile Ciruzzo ’o milionario. Al termine del processo, per ironia della sorte, saranno tutti assolti e l’unico condannato sarà proprio lui, Ruocco. Del suo caso si occupa pure la commissione parlamentare antimafia, nel 1995, quando si scopre che il neo-collaboratore di giustizia ha chiesto e ottenuto, dallo Stato, la protezione per 140 familiari.
Non tutti, però, lasceranno Mugnano per rifarsi una nuova vita e una nuova identità. Preferiranno restare nel Napoletano, convinti di essere ormai al sicuro dalle vendette della camorra.
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Secondigliano
Tommaso Prestieri, boss e impresario musicale
È uno dei personaggi più enigmatici del panorama camorristico partenopeo: racconta di sé come di un impresario che, saldati i suoi debiti con la giustizia, vuole vivere d’arte, eppure per i magistrati antimafia di Napoli – e per i giudici che l’hanno condannato – è un astuto e audace capoclan, titolare, insieme al fratello Maurizio, di una delle piazze di spaccio più ricche di Secondigliano: il rione Monterosa.
Le prime informazioni sul suo conto risalgono ai tempi dell’organizzazione della rassegna “Canzoni per Napoli”, al teatro Arcobaleno. È lui il “dominus” dello spettacolo, che annovera – agli inizi degli anni Novanta – ospiti d’onore come Fiordaliso, Mal, Bobby Solo, Rosalia Maggio, Nunzio Gallo e Mario Merola.
La carriera di promettente produttore musicale si interrompe, però, un anno dopo, quando finisce in galera con l’accusa di aver minacciato di morte il manager della Nazionale cantanti per il flop di una partita organizzata allo stadio comunale di Casavatore contro la locale squadra di calcio. Solo all’ultimo minuto, quando lo stadio è già pieno e il sindaco ha terminato il suo intervento di saluto, Prestieri viene a sapere del forfait degli azzurri. Il rimborso dei biglietti gli costerà sessanta milioni di lire.
Nel giugno 1994, viene coinvolto in una maxi-inchiesta della Dda, nata dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Ciro Martusciello, insieme ad altri trenta camorristi, ma sfugge alla cattura. La magistratura lo indica a capo di un gruppo criminale dagli interessi tentacolari: traffico di droga, estorsioni, riciclaggio, armi, contrabbando di sigarette.
I poliziotti lo bloccano, dieci giorni prima del Natale di quello stesso anno, all’interno dell’ospedale Cardarelli, dove si è recato per farsi ricoverare. Soffre di cuore, Prestieri. E, quello della malattia, sarà un tema ricorrente nella sua successiva produzione letteraria.
Quattro anni dopo è di nuovo fuori, sottoposto al regime di sorveglianza speciale, ma non passa molto per il successivo incontro con le forze dell’ordine. Gli agenti del commissariato Dante lo fermano, infatti, poco prima dell’inizio di uno spettacolo di neomelodici al Teatro Bellini, da lui organizzato. Di lì a poco, arrivano la condanna a tredici anni di reclusione e i trasferimenti nei vari penitenziari italiani e l’isolamento al 41bis.
Durante la detenzione, si avvicina alla scrittura e alla pittura, ma i problemi di salute mai risolti gli aprono per l’ennesima volta le porte del carcere. Ottiene prima gli arresti domiciliari e successivamente la libertà totale.
Nell’ottobre 2008, la Direzione distrettuale antimafia di Napoli lo arresta per il tentato omicidio di un impresario musicale, colpevole di aver organizzato un concerto di Carmelo Zappulla a Secondigliano senza l’autorizzazione del boss. A indicarlo come il mandante dell’agguato sono suo fratello Maurizio, da poco passato a collaborare con la giustizia, e suo nipote, Antonio Prestieri, anche lui giovane camorrista diventato pentito.
Le prime informazioni sul suo conto risalgono ai tempi dell’organizzazione della rassegna “Canzoni per Napoli”, al teatro Arcobaleno. È lui il “dominus” dello spettacolo, che annovera – agli inizi degli anni Novanta – ospiti d’onore come Fiordaliso, Mal, Bobby Solo, Rosalia Maggio, Nunzio Gallo e Mario Merola.
La carriera di promettente produttore musicale si interrompe, però, un anno dopo, quando finisce in galera con l’accusa di aver minacciato di morte il manager della Nazionale cantanti per il flop di una partita organizzata allo stadio comunale di Casavatore contro la locale squadra di calcio. Solo all’ultimo minuto, quando lo stadio è già pieno e il sindaco ha terminato il suo intervento di saluto, Prestieri viene a sapere del forfait degli azzurri. Il rimborso dei biglietti gli costerà sessanta milioni di lire.
Nel giugno 1994, viene coinvolto in una maxi-inchiesta della Dda, nata dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Ciro Martusciello, insieme ad altri trenta camorristi, ma sfugge alla cattura. La magistratura lo indica a capo di un gruppo criminale dagli interessi tentacolari: traffico di droga, estorsioni, riciclaggio, armi, contrabbando di sigarette.
I poliziotti lo bloccano, dieci giorni prima del Natale di quello stesso anno, all’interno dell’ospedale Cardarelli, dove si è recato per farsi ricoverare. Soffre di cuore, Prestieri. E, quello della malattia, sarà un tema ricorrente nella sua successiva produzione letteraria.
Quattro anni dopo è di nuovo fuori, sottoposto al regime di sorveglianza speciale, ma non passa molto per il successivo incontro con le forze dell’ordine. Gli agenti del commissariato Dante lo fermano, infatti, poco prima dell’inizio di uno spettacolo di neomelodici al Teatro Bellini, da lui organizzato. Di lì a poco, arrivano la condanna a tredici anni di reclusione e i trasferimenti nei vari penitenziari italiani e l’isolamento al 41bis.
Durante la detenzione, si avvicina alla scrittura e alla pittura, ma i problemi di salute mai risolti gli aprono per l’ennesima volta le porte del carcere. Ottiene prima gli arresti domiciliari e successivamente la libertà totale.
Nell’ottobre 2008, la Direzione distrettuale antimafia di Napoli lo arresta per il tentato omicidio di un impresario musicale, colpevole di aver organizzato un concerto di Carmelo Zappulla a Secondigliano senza l’autorizzazione del boss. A indicarlo come il mandante dell’agguato sono suo fratello Maurizio, da poco passato a collaborare con la giustizia, e suo nipote, Antonio Prestieri, anche lui giovane camorrista diventato pentito.
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Il profilo criminale di Maurizio Prestieri
Maurizio Prestieri è stato, per anni, uno degli uomini più fidati del boss Paolo Di Lauro, tanto da poterlo accompagnare nei suoi viaggi all’estero – fu fermato a un posto di blocco, nel 1996, a Tolmino, al confine con la Slovenia, in compagnia di Ciruzzo ’o milionario e di Francesco Fusco, altro affiliato della cosca di Scampia – e curarne la protezione durante gli spostamenti a Napoli e nel resto d’Italia.
È sempre lui, infatti, che in occasione dell’interrogatorio in Procura di Paolo Di Lauro sull’aggressione al maestro della scuola frequentata dai figli, contatta gli altri “colonnelli” del network mafioso per organizzare il servizio di scorta. Sua è la voce, intercettata dagli agenti della Squadra mobile partenopea, che chiede a Vincenzo Di Lauro l’autorizzazione a «calzarsi», ad attendere – cioè – armato il rilascio del padrino.
Finisce in manette, una prima volta, nel settembre del 1991, quando i carabinieri del nucleo operativo “Napoli 1” lo sorprendono, in un appartamento in piazza Libertà, a Secondigliano, insieme ad altri tre complici e a otto chili di hashish, pronti per la suddivisione in dosi.
Nel febbraio 1998, in concomitanza con l’avvio delle prime, vere, indagini sul gruppo di Ciruzzo ’o milionario, finisce una seconda volta in galera sulla base di un decreto di fermo spiccato dall’allora pm Antimafia Luigi Bobbio. Prestieri si era infatti sottratto alle ricerche dopo un incidente stradale verificatosi il 26 novembre dell’anno precedente, sull’autostrada Roma-Napoli, nel quale erano rimaste uccise tre persone che viaggiavano su una Ford Galaxy, a lui intestata. A bordo della vettura, vennero ritrovati cinque chili di cocaina – del valore di decine di milioni di lire – che gli occupanti stavano trasportando dall’estero a Secondigliano. Ma la detenzione, pure in questo caso, non è molto lunga.
L’ordinanza di custodia cautelare per associazione camorristica e droga, spiccata nel settembre 2002, a carico di capi e gregari dei Di Lauro, lo costringe ben presto a ripararsi in Spagna, dove viene arrestato dai carabinieri del comando provinciale di Napoli. È il 29 giugno 2003, quando i militari e la Guardia civil lo bloccano all’interno di un bar a Marbella, mentre si trova in compagnia dei familiari. Aveva scelto quella località per le vacanze estive.
La magistratura lo indica come il capo del sottogruppo criminale che si occupa del malaffare nel rione Monterosa, da sempre ritenuto il “feudo” di camorra della famiglia Prestieri. Da quel momento, la vita passata tra lussi, viaggi, gioco d’azzardo e vagonate di miliardi guadagnate con il traffico di droga, diventa un amaro ricordo. Due anni dopo, arriva la condanna che lo confina, per un paio di decenni, in carcere. Prestieri soffre i rigori della detenzione e, così, decide di passare a collaborare con la giustizia, iniziando a svelare i mille misteri del potente clan di Paolo Di Lauro. Ai magistrati della Dda racconta gli esordi nel mondo del crimine, soffermandosi – in particolare – sulle strategie utilizzate dai narcos del suo ex gruppo per introdurre tonnellate di droga a Napoli.
Le informazioni di cui ha diretta conoscenza rappresentano, però, un problema per la camorra di Secondigliano, tanto che – nel corso di un interrogatorio – Prestieri afferma di aver ricevuto una offerta di un milione di euro in cambio della ritrattazione. Rifiuta la proposta e denuncia tutto alla magistratura. Partono le indagini. L’ex padrino – frequentatore di night club e casinò – non torna indietro e continua a riempire verbali su verbali sugli innominabili segreti della cosca di via Cupa dell’Arco.
È sempre lui, infatti, che in occasione dell’interrogatorio in Procura di Paolo Di Lauro sull’aggressione al maestro della scuola frequentata dai figli, contatta gli altri “colonnelli” del network mafioso per organizzare il servizio di scorta. Sua è la voce, intercettata dagli agenti della Squadra mobile partenopea, che chiede a Vincenzo Di Lauro l’autorizzazione a «calzarsi», ad attendere – cioè – armato il rilascio del padrino.
Finisce in manette, una prima volta, nel settembre del 1991, quando i carabinieri del nucleo operativo “Napoli 1” lo sorprendono, in un appartamento in piazza Libertà, a Secondigliano, insieme ad altri tre complici e a otto chili di hashish, pronti per la suddivisione in dosi.
Nel febbraio 1998, in concomitanza con l’avvio delle prime, vere, indagini sul gruppo di Ciruzzo ’o milionario, finisce una seconda volta in galera sulla base di un decreto di fermo spiccato dall’allora pm Antimafia Luigi Bobbio. Prestieri si era infatti sottratto alle ricerche dopo un incidente stradale verificatosi il 26 novembre dell’anno precedente, sull’autostrada Roma-Napoli, nel quale erano rimaste uccise tre persone che viaggiavano su una Ford Galaxy, a lui intestata. A bordo della vettura, vennero ritrovati cinque chili di cocaina – del valore di decine di milioni di lire – che gli occupanti stavano trasportando dall’estero a Secondigliano. Ma la detenzione, pure in questo caso, non è molto lunga.
L’ordinanza di custodia cautelare per associazione camorristica e droga, spiccata nel settembre 2002, a carico di capi e gregari dei Di Lauro, lo costringe ben presto a ripararsi in Spagna, dove viene arrestato dai carabinieri del comando provinciale di Napoli. È il 29 giugno 2003, quando i militari e la Guardia civil lo bloccano all’interno di un bar a Marbella, mentre si trova in compagnia dei familiari. Aveva scelto quella località per le vacanze estive.
La magistratura lo indica come il capo del sottogruppo criminale che si occupa del malaffare nel rione Monterosa, da sempre ritenuto il “feudo” di camorra della famiglia Prestieri. Da quel momento, la vita passata tra lussi, viaggi, gioco d’azzardo e vagonate di miliardi guadagnate con il traffico di droga, diventa un amaro ricordo. Due anni dopo, arriva la condanna che lo confina, per un paio di decenni, in carcere. Prestieri soffre i rigori della detenzione e, così, decide di passare a collaborare con la giustizia, iniziando a svelare i mille misteri del potente clan di Paolo Di Lauro. Ai magistrati della Dda racconta gli esordi nel mondo del crimine, soffermandosi – in particolare – sulle strategie utilizzate dai narcos del suo ex gruppo per introdurre tonnellate di droga a Napoli.
Le informazioni di cui ha diretta conoscenza rappresentano, però, un problema per la camorra di Secondigliano, tanto che – nel corso di un interrogatorio – Prestieri afferma di aver ricevuto una offerta di un milione di euro in cambio della ritrattazione. Rifiuta la proposta e denuncia tutto alla magistratura. Partono le indagini. L’ex padrino – frequentatore di night club e casinò – non torna indietro e continua a riempire verbali su verbali sugli innominabili segreti della cosca di via Cupa dell’Arco.
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La storia del clan Prestieri
Fino alla scoperta e al successivo smantellamento del network mafioso capeggiato da Paolo Di Lauro, la famiglia Prestieri è sempre stata ritenuta una formazione criminale a sé stante, con una propria organizzazione interna e una linea di successione ben definita. Nessuno avrebbe immaginato che il clan del rione Monterosa, per quanto ricco e agguerrito, non fosse altro che un’appendice di una gigantesca e sinistra struttura, capace di imporre il proprio predominio su Secondigliano e Scampia e nei vicini Comuni di Mugnano, Melito, Arzano, Casavatore, Bacoli e Monte di Procida.
LE ORIGINI – L’evoluzione del gruppo Prestieri è, dunque, strettamente legata all’invisibile espansione dei traffici illeciti della cupola di Ciruzzo ’o milionario, tant’è che – ancora negli anni Ottanta – le informative delle forze dell’ordine erroneamente indicavano Raffaele Prestieri, il più grande dei fratelli, come “uomo d’onore” del clan di Edoardo Contini e Gennaro Licciardi. A lui i poliziotti – nel dicembre 1989 – sequestrano beni per un valore di due miliardi di lire, tra cui un paio di appartamenti a Secondigliano, una profumeria, un negozio di ricambi elettrici e uno di casalinghi. Beni intestati, si legge nella relazione all’autorità giudiziaria, «intestati a compiacenti prestanome».
È solo con il pentimento di Antonio Ruocco, protagonista della strage di Secondigliano, però, che iniziano a delinearsi i contorni criminali nei quali si muove il gruppo dei Prestieri, ormai comandato dai fratelli superstiti, Tommaso e Maurizio. Sia Raffaele che Rosario, infatti, sono stati ammazzati davanti al “Bar Fulmine” da un commando entrato in azione con fucili mitragliatori e bombe a mano. Ma siamo ancora nel 1994, troppo presto per fare piena luce sulla famiglia mafiosa dei Di Lauro. Ci vorranno ancora parecchi anni perché un magistrato ordini l’arresto dei capi e dei colonnelli della maxi-cosca di via Cupa dell’Arco, mettendo fine a predominio durato quasi un quarto di secolo.
Racconta il pentito Costantino Sarno, nell’interrogatorio del 3 luglio 1997, a proposito della guerra tra i Prestieri e Ruocco: «Lo scontro nacque all’interno del gruppo di Ciruzzo, in cui Ruocco si lamentava per esser stato tenuto in poca considerazione. Io avvertii Ruocco che volevano ucciderlo, e così riuscì a salvarsi. Ne nacque uno scontro furibondo. Io volevo aiutare ed aiutai i Ruocco, perché mi sembrò assurdo che si colpissero anche le donne (fu infatti uccisa anche la madre del capoclan, ndr), ma Gennaro (Licciardi, ndr), i Mallardo e Contini non ne vollero sapere di schierarsi».
Sarà proprio Ruocco, passato a collaborare con la giustizia, a raccontare gli esordi criminali del clan Prestieri, collegandolo alla militanza prima nel gruppo di Aniello La Monica e, successivamente, in quello di Di Lauro. Ai pm antimafia, l’ex capozona di Mugnano conferma: «Appresi successivamente che l’agguato a Ciro ’o milionario era rivolto solo alla sua persona e non anche a Raffaele Abbinante, che si trovava per caso insieme a lui. Dopo tale agguato, alcuni affiliati del gruppo inizialmente capeggiato da La Monica, decisero di staccarsene. Seguirono quindi Ciro ’o milionario: Raffaele Abbinante, Mimì Silvestri, Rosario Pariante, Raffaele Prestieri e Paolo Micillo. Ovviamente, questi ultimi, a loro volta, avevano dei gruppi di ragazzi che lavoravano per conto loro. Peraltro, appresi, ma solo in seguito, che l’omicidio di La Monica era voluto anche dai Nuvoletta e ciò per vecchi contrasti tra questi e Michele Zaza, notoriamente ricollegabile a La Monica».
IL POTERE ECONOMICO – Le indagini della magistratura offrono, del clan Prestieri, un’immagine particolarmente complessa: è una organizzazione che, principalmente, tratta droga, attraverso i canali del clan Di Lauro, ma si arricchisce anche con il racket delle estorsioni e con il traffico di armi, oltre che con una miriade di reati minori che sfamano un esercito di affiliati.
Fattura quanto una media azienda e i suoi capi sono conosciuti, nel quartiere, per la loro ricchezza. Non fece, dunque, meraviglia che nel febbraio del 2002, nella tabaccheria-ricevitoria di via Attilio Micheluzzi, a Secondigliano, comparvero dei manifesti con cui il boss Maurizio Prestieri rendeva pubblica la sua straordinaria vincita (?) al lotto: un terno da un miliardo e centocinquanta milioni di lire, 8-15-23 giocato il 7 ottobre 2000, e un ambo da cinquecento milioni, 20-41 giocato il 24 gennaio 2001; per un totale di quasi due miliardi.
Un comportamento, davvero singolare, quello di manifestare a tutti la propria ricchezza, che alimentò non poche illazioni sull’origine della maxi-vincita: ci fu chi commentò la strana pubblicità come un ulteriore segnale di “rispetto” di cui godeva la famiglia, e chi – invece – più direttamente pensò che si trattasse di uno stratagemma per evitare probabili indagini per riciclaggio ad opera della procura antimafia di Napoli. Indagini, peraltro, che la magistratura partenopea avviò subito.
LA FAIDA E I PENTIMENTI – La fedeltà dei Prestieri alla cupola di Paolo Di Lauro inizia a vacillare durante la guerra del 2004, quando i figli del padrino – Cosimo, Ciro e Marco – decidono di soffocare nel sangue un tentativo di scissione portato avanti da Raffaele Amato, Rosario Pariante, Raffaele Abbinante e Gennaro Marino; in pratica, lo “stato maggiore” della cosca di Scampia.
La battaglia delle Vele, che proietterà la sanguinante immagine di Napoli e dei quartieri più malfamati della città sulle prime pagine dei giornali di mezzo mondo, si conclude con la sostanziale distruzione del clan di Paolo Di Lauro (che finisce in manette nel settembre 2005, dopo tre anni di latitanza) e con l’affermazione, militare, finanziaria e territoriale, degli “spagnoli”, ormai veri e propri padroni del narcotraffico in Campania.
I rancori e i motivi di vendetta covati da parte del gruppo vincente costringono, però, gli uomini più vicini ai boss Tommaso e Maurizio Prestieri a lasciare il rione Monterosa, perché condannati a morte, mentre molti dei loro “picciotti”, non avendo avuto ruoli specifici nella guerra e quindi particolari responsabilità nei fatti di sangue, riescono a passare indenni con gli “scissionisti”.
In questo contesto, nascono e si sviluppano i pentimenti di Maurizio e Antonio Prestieri, le cui dichiarazioni hanno portato a immediati risultati nel contrasto al traffico di stupefacenti tra Scampia e Secondigliano. E non è escluso che le loro confessioni si rivelino molto utili nel ricostruire i misteriosi anni Novanta, durante i quali Paolo Di Lauro ha goduto di una immotivata e illogica impunità.
LE ORIGINI – L’evoluzione del gruppo Prestieri è, dunque, strettamente legata all’invisibile espansione dei traffici illeciti della cupola di Ciruzzo ’o milionario, tant’è che – ancora negli anni Ottanta – le informative delle forze dell’ordine erroneamente indicavano Raffaele Prestieri, il più grande dei fratelli, come “uomo d’onore” del clan di Edoardo Contini e Gennaro Licciardi. A lui i poliziotti – nel dicembre 1989 – sequestrano beni per un valore di due miliardi di lire, tra cui un paio di appartamenti a Secondigliano, una profumeria, un negozio di ricambi elettrici e uno di casalinghi. Beni intestati, si legge nella relazione all’autorità giudiziaria, «intestati a compiacenti prestanome».
È solo con il pentimento di Antonio Ruocco, protagonista della strage di Secondigliano, però, che iniziano a delinearsi i contorni criminali nei quali si muove il gruppo dei Prestieri, ormai comandato dai fratelli superstiti, Tommaso e Maurizio. Sia Raffaele che Rosario, infatti, sono stati ammazzati davanti al “Bar Fulmine” da un commando entrato in azione con fucili mitragliatori e bombe a mano. Ma siamo ancora nel 1994, troppo presto per fare piena luce sulla famiglia mafiosa dei Di Lauro. Ci vorranno ancora parecchi anni perché un magistrato ordini l’arresto dei capi e dei colonnelli della maxi-cosca di via Cupa dell’Arco, mettendo fine a predominio durato quasi un quarto di secolo.
Racconta il pentito Costantino Sarno, nell’interrogatorio del 3 luglio 1997, a proposito della guerra tra i Prestieri e Ruocco: «Lo scontro nacque all’interno del gruppo di Ciruzzo, in cui Ruocco si lamentava per esser stato tenuto in poca considerazione. Io avvertii Ruocco che volevano ucciderlo, e così riuscì a salvarsi. Ne nacque uno scontro furibondo. Io volevo aiutare ed aiutai i Ruocco, perché mi sembrò assurdo che si colpissero anche le donne (fu infatti uccisa anche la madre del capoclan, ndr), ma Gennaro (Licciardi, ndr), i Mallardo e Contini non ne vollero sapere di schierarsi».
Sarà proprio Ruocco, passato a collaborare con la giustizia, a raccontare gli esordi criminali del clan Prestieri, collegandolo alla militanza prima nel gruppo di Aniello La Monica e, successivamente, in quello di Di Lauro. Ai pm antimafia, l’ex capozona di Mugnano conferma: «Appresi successivamente che l’agguato a Ciro ’o milionario era rivolto solo alla sua persona e non anche a Raffaele Abbinante, che si trovava per caso insieme a lui. Dopo tale agguato, alcuni affiliati del gruppo inizialmente capeggiato da La Monica, decisero di staccarsene. Seguirono quindi Ciro ’o milionario: Raffaele Abbinante, Mimì Silvestri, Rosario Pariante, Raffaele Prestieri e Paolo Micillo. Ovviamente, questi ultimi, a loro volta, avevano dei gruppi di ragazzi che lavoravano per conto loro. Peraltro, appresi, ma solo in seguito, che l’omicidio di La Monica era voluto anche dai Nuvoletta e ciò per vecchi contrasti tra questi e Michele Zaza, notoriamente ricollegabile a La Monica».
IL POTERE ECONOMICO – Le indagini della magistratura offrono, del clan Prestieri, un’immagine particolarmente complessa: è una organizzazione che, principalmente, tratta droga, attraverso i canali del clan Di Lauro, ma si arricchisce anche con il racket delle estorsioni e con il traffico di armi, oltre che con una miriade di reati minori che sfamano un esercito di affiliati.
Fattura quanto una media azienda e i suoi capi sono conosciuti, nel quartiere, per la loro ricchezza. Non fece, dunque, meraviglia che nel febbraio del 2002, nella tabaccheria-ricevitoria di via Attilio Micheluzzi, a Secondigliano, comparvero dei manifesti con cui il boss Maurizio Prestieri rendeva pubblica la sua straordinaria vincita (?) al lotto: un terno da un miliardo e centocinquanta milioni di lire, 8-15-23 giocato il 7 ottobre 2000, e un ambo da cinquecento milioni, 20-41 giocato il 24 gennaio 2001; per un totale di quasi due miliardi.
Un comportamento, davvero singolare, quello di manifestare a tutti la propria ricchezza, che alimentò non poche illazioni sull’origine della maxi-vincita: ci fu chi commentò la strana pubblicità come un ulteriore segnale di “rispetto” di cui godeva la famiglia, e chi – invece – più direttamente pensò che si trattasse di uno stratagemma per evitare probabili indagini per riciclaggio ad opera della procura antimafia di Napoli. Indagini, peraltro, che la magistratura partenopea avviò subito.
LA FAIDA E I PENTIMENTI – La fedeltà dei Prestieri alla cupola di Paolo Di Lauro inizia a vacillare durante la guerra del 2004, quando i figli del padrino – Cosimo, Ciro e Marco – decidono di soffocare nel sangue un tentativo di scissione portato avanti da Raffaele Amato, Rosario Pariante, Raffaele Abbinante e Gennaro Marino; in pratica, lo “stato maggiore” della cosca di Scampia.
La battaglia delle Vele, che proietterà la sanguinante immagine di Napoli e dei quartieri più malfamati della città sulle prime pagine dei giornali di mezzo mondo, si conclude con la sostanziale distruzione del clan di Paolo Di Lauro (che finisce in manette nel settembre 2005, dopo tre anni di latitanza) e con l’affermazione, militare, finanziaria e territoriale, degli “spagnoli”, ormai veri e propri padroni del narcotraffico in Campania.
I rancori e i motivi di vendetta covati da parte del gruppo vincente costringono, però, gli uomini più vicini ai boss Tommaso e Maurizio Prestieri a lasciare il rione Monterosa, perché condannati a morte, mentre molti dei loro “picciotti”, non avendo avuto ruoli specifici nella guerra e quindi particolari responsabilità nei fatti di sangue, riescono a passare indenni con gli “scissionisti”.
In questo contesto, nascono e si sviluppano i pentimenti di Maurizio e Antonio Prestieri, le cui dichiarazioni hanno portato a immediati risultati nel contrasto al traffico di stupefacenti tra Scampia e Secondigliano. E non è escluso che le loro confessioni si rivelino molto utili nel ricostruire i misteriosi anni Novanta, durante i quali Paolo Di Lauro ha goduto di una immotivata e illogica impunità.
mercoledì 25 novembre 2009
Agguato a San Pietro a Patierno, uccisi capozona e suo figlio
Gennaro Sacco, 58 anni, considerato il capozona del clan camorristico Sacco-Bocchetti, ha perso la vita in un agguato a San Pietro a Patierno, quartiere della periferia di Napoli. Nell'imboscata è rimasto gravemente ferito anche Carmine Sacco, il figlio ventinovenne del boss. Il ragazzo, trasportato in gravissime condizioni all'ospedale San Giovanni Bosco, è morto poco dopo il ricovero.
I due erano rispettivamente zio e cugino di Costanzo Apice, il giovane killer ripresa da una telecamera durante un'esecuzione al rione Sanità del maggio scorso e arrestato pochi giorni fa. Il giovane avrebbe manifestato l'intenzione di pentirsi, forse questo agguato è un avvertimento a lui.
IL VIDEO CHE HA INCASTRATO APICE
Secondo quanto ricostruito dai carabinieri, i due Sacco erano a bordo di una moto, guidata da Carmine, quando i killer, alle loro spalle, forse anche loro a bordo di una moto, hanno iniziato a sparare. Hanno colpito alla testa Gennaro Sacco. Il figlio ha tentato la fuga ma, forse già ferito, si è schiantato con la moto contro un muro. Ha continuato la fuga a piedi ma è stato raggiunto dai killer che gli hanno sparato contro altri colpi di arma da fuoco.
Il clan Sacco-Bocchetti è attivo principalmente a San Pietro a Patierno; gli affari sono concentrati nel settore della droga.
(tratto da www.repubblica.it)
I due erano rispettivamente zio e cugino di Costanzo Apice, il giovane killer ripresa da una telecamera durante un'esecuzione al rione Sanità del maggio scorso e arrestato pochi giorni fa. Il giovane avrebbe manifestato l'intenzione di pentirsi, forse questo agguato è un avvertimento a lui.
IL VIDEO CHE HA INCASTRATO APICE
Secondo quanto ricostruito dai carabinieri, i due Sacco erano a bordo di una moto, guidata da Carmine, quando i killer, alle loro spalle, forse anche loro a bordo di una moto, hanno iniziato a sparare. Hanno colpito alla testa Gennaro Sacco. Il figlio ha tentato la fuga ma, forse già ferito, si è schiantato con la moto contro un muro. Ha continuato la fuga a piedi ma è stato raggiunto dai killer che gli hanno sparato contro altri colpi di arma da fuoco.
Il clan Sacco-Bocchetti è attivo principalmente a San Pietro a Patierno; gli affari sono concentrati nel settore della droga.
(tratto da www.repubblica.it)
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