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giovedì 29 ottobre 2009

La camorra elegge il consiglio comunale

Francesco Schiavone intuì subito, seguendo quello che era stato l’orientamento del boss Bardellino, l’importanza di intessere rapporti con la politica locale attraverso un’infiltrazione diretta nelle amministrazioni comunali. La decisione da parte dei Casalesi di conquistare posti di “rispetto” negli enti locali fu presa nel 1981, quando il clan stabilì di far presentare alcuni familiari di Schiavone nelle liste della Democrazia Cristiana per le elezioni locali a Casale di Principe. La data viene indicata dal collaboratore di giustizia Carmine Schiavone, che ha ricostruito nel dettaglio il meccanismo attraverso il quale il boss Sandokan riuscì in breve tempo a guadagnarsi favori politici e a mettere le mani sulla quali totalità degli appalti pubblici. Alle elezioni del 1982 il partito passò dal trenta al cinquanta per cento e gli esponenti della famiglia risultarono tutti eletti. Una campagna elettorale “capillare” quella portata avanti dagli esponenti del clan, anche attraverso atti intimidatori e minacce. Gli affiliati, a dire del pentito, bussarono ad ogni porta, al fine di orientare i consensi in favore della Dc, determinando un crollo del Psi. L’asse politico si spostò nettamente a favore della Democrazia cristiana (mentre Bardellino sosteneva esponenti del partito socialista) anche nei comuni minori controllati dall’organizzazione (da Villa Literno a Grazzanise a Cancello Arnone e Castelvolturno). “Il condizionamento del voto – hanno spiegato i magistrati nell’ordinanza di custodia cautelare emessa nell’ambito dell’operazione Spartacus – non si limitò alle elezioni comunali, ma si estese ben presto alle elezioni regionali e provinciali”. Il progetto di Schiavone subì una battuta di arresto negli anni Novanta, quando la Dc casertana, allora dominata dalla corrente Santonastaso-De Mita, decise di bocciare la candidatura di un cugino di Schiavone nel tentativo di scongiurare un ribaltamento della leadership e un controllo diretto del partito da parte del clan e la decisione di appoggiare nel 1992 la candidatura al Parlamento di un avvocato, ex consigliere comunale della Dc passato nelle liste del Pli. Il clan non fece passi indietro. Il cugino del boss si presentò con una lista civica denominata “Campania, Cattolici democratici”, ottenendo il 21, 3% del consenso elettorale. Un successo inspiegabile. Inoltre, l’avvocato fu eletto nelle liste del partito liberale e in quella circostanza il Pli a Casale di Principe passò dal tre per cento ad oltre il 30. Dati che restituiscono il livello di penetrazione dell’organizzazione nelle amministrazioni locali. Il meccanismo era ormai consolidato: voti in cambio di favori. I consiglieri comunali e regionali democristiani, in cambio del sostegno alle elezioni, rilasciavo concessioni amministrative, agevolavano l’acquisizione di appalti pubblici da parte di imprese vicine al clan o direttamente controllate dall’organizzazione, e sfruttavano la loro rete di conoscenze per consentire ai Casalesi di mettere le mani su finanziamenti statali, regionali e della Cee. Erano loro, i camorristi, ad orientare i consensi, attraverso l’uso della violenza e dell’intimidazione. Un clima di diffidenza e timore quello che si respirava a Casal di Principe e negli altri comuni casertani che culminò nello scioglimento dei consigli comunali per infiltrazioni mafiose. Retroscena sui quali è stato possibile fare luce grazie ai pentiti Dario De Simone e Carmine Schiavone, la cui testimonianza è l’asse portante dell’inchiesta battezzata Spartacus. Fu in quella occasione, nel 1995, che la magistratura rese pubblici i risultati delle indagini sui rapporti tra politica locale e camorra. E fu quella la prima inchiesta (ne faranno seguito delle altre), che portò in manette decine di ex consiglieri comunali e regionali ed esponenti politici di ogni livello. “Quando si doveva votare – ricorda il pentito Carmine Schiavone - vi erano delle riunioni a casa di mio fratello o in altri luoghi dove si stabiliva chi doveva occupare la carica di sindaco, sia per coprire tutto quanto fosse stato fatto in passato sia per assicurare tutto ciò che doveva essere fatto in futuro. Una volta stabilito chi dovesse fare il sindaco, lo si comunicava ai vari esponenti dell’organizzazione a Aversa”. Anche Antonio Bassolino, attuale governatore della Campania, raccontò di un episodio di intimidazione di cui fu vittima nel 1992, quando ricopriva la carica di segretario regionale del Pci, a Casal di Principe (era stato eletto alla Camera dei deputati). Anni dopo, nel 2001, Bassolino fu chiamato a deporre nel corso del maxi-processo contro il clan dei Casalesi e ricordò la sua esperienza. Ricostruì ciò che avvenne durante un’assemblea pubblica organizzata il 25 aprile 1992 dalla federazione provinciale del Pds nella sede di Casal di Principe, quando alcune persone, poi identificate come parenti e amici della famiglia di Francesco Schiavone, interruppero più volte i lavori dell’assemblea, si rivolsero con toni minacciosi nei suoi confronti. Solo qualche giorno prima Bassolino aveva denunciato le infiltrazioni camorristiche nella politica locale, citando proprio l’episodio relativo all’elezione dell’avvocato sostenuto dai Casalesi. “Tutto avvenne in un clima di intimidazioni ai limiti della minaccia fisica”, dichiarò Bassolino in aula. L’assemblea dopo poco fu sospesa e il senatore Lorenzo Diana, che aveva partecipato all’incontro chiamò la prefettura chiedendo l’invio di un’auto di scorta della polizia. Nell’agosto successivo furono sciolti i consigli comunali di San Cipriano d’Aversa e di Cesa, in provincia di Caserta, per accertati fenomeni di condizionamento da parte del clan dei Casalesi. Le forze dell’ordine confermarono quello che in paese sapevano tutti, ma che nessuno aveva osato denunciare: nel consiglio comunale di San Cipriano d’Aversa tra i 30 consiglieri eletti almeno 19 avevano a carico precedenti penali o erano legati ad elementi della malavita organizzata. A partire dal sindaco, arrestato anni prima per favoreggiamento. Ma non furono quelli i primi comuni ad essere sciolti. Il 30 settembre 1991, su proposta dell’allora ministro dell’Interno Vincenzo Scotti, il presidente della Repubblica Francesco Cossiga decise lo scioglimento del consiglio comunale di Casal di Principe per infiltrazioni mafiose. Si trattò di uno dei primi casi in Italia, dopo Taurianova (Reggio Calabria) e Casandrino (Napoli). L’allora vice sindaco risultava il proprietario della villa in cui i carabinieri di Caserta interruppero un summit di camorra nel 1990. Al momento dell’irruzione dei carabinieri, nella villa si trovava il figlio quindicenne del politico. L’assessore fuggì, facendo perdere le proprie tracce. Si costituì ai carabinieri dopo oltre un mese di latitanza. Anche un consigliere comunale della Dc venne coinvolto nelle indagini sul clan Schiavone con l’accusa di favoreggiamento personale: nella sua abitazione aveva ricavato un “sofisticato” nascondiglio per più persone. Inoltre, risultava il proprietario dell’automobile a bordo della quale il 18 maggio 1989 venne arrestato in Francia Francesco Schiavone. Finì sotto la lente di ingrandimento della magistratura anche un parente omonimo del boss, Francesco Schiavone, consigliere comunale ed ex sindaco. Nel 1989 furono numerosi gli arresti di esponenti della politica locale per favoreggiamento e concorso in associazione di stampo mafioso. Ancora oggi emerge dalle indagini che il clan dei Casalesi è infiltrato nelle istituzioni politiche al punto di riuscire a condizionare il voto, soprattutto con riferimento alle elezioni amministrative. Lo dimostrano le numerose commissioni d’accesso predisposte dalla Prefettura di Caserta e i recenti scioglimenti di comuni della provincia. Nel marzo del 2008 il consiglio dei Ministri ha approvato lo scioglimento dei consigli comunali di Marcianise e San Cipriano d’Aversa: in entrambi i casi sono stati accertati forme di condizionamento da parte della criminalità organizzata. Il comune di San Cipriano D’Aversa (dove risiede la famiglia Iovine) era stato sciolto già nel novembre 2003.
(Tratto da "Attacco allo Stato", Forumitalia edizioni)

martedì 27 ottobre 2009

Il padrino finisce in manette


L’operazione era pronta da tempo. La Dia, grazie anche al contributo della Dda, era riuscita a rintracciare il luogo in cui si nascondeva il boss una settimana prima dell’arresto, ma già da un anno gli spostamenti di Francesco Schiavone, ritenuto al tempo uno dei latitanti più pericolosi d’Italia, erano tenuti sotto controllo. Il boss era intercettato, seguito, spiato. Sandokan tornava in quella casa, nella sua villa a Casal di Principe, almeno due volte al mese da un rifugio sistemato al Nord-Italia, forse in Piemonte o in Lombardia. L’11 aprile del 1998, a mezzogiorno e un quarto, gli investigatori misero fine alla sua latitanza. Francesco Schiavone non oppose resistenza, sebbene trascorsero alcune ore prima che gli uomini della Dia riuscissero a localizzarlo all’interno della villa. E così il fratello Mario, che era con lui, e la moglie Giuseppina Nappa. In quel momento in casa erano presenti anche i figli più piccoli del boss, quasi irriconoscibile con la barba rada e diversi chili in più rispetto alla “vecchie” fotografie di archivio. “State fermi, ci sono le bambine, mi arrendo, ma attenzione alle bimbe”, gli uomini della Dia raccontarono che al momento dell’irruzione Schiavone aveva in braccio la sue figlie, una bambina di poco piu’ di un anno, l’altra di tre. Un vero proprio plotone di uomini fu impegnato nell’operazione. In oltre quaranta passarono al setaccio la villa bunker di via Salerno, a Casal di Principe, una piccola fortezza su due piani senza finestre, realizzata in modo da rendere agevole una eventuale fuga di emergenza, attraverso un sofisticato sistema di cunicoli e grotte naturali sotterranee, e predisposta per ospitare cinque o sei persone. L’irruzione degli uomini della Dia nel rifugio bunker iniziò poco dopo le ventitré della sera del 10 luglio. La villa fu circondata dopo avere buttato giù un pesante cancello di otto metri. Ma all’interno apparve deserta. Gli investigatori non si arresero. Avevano visto Schiavone entrare nella villa, sapevano che era lì. E che non era solo. Una lunga notte di ricerche affannate, perquisizioni, nel tentativo di individuare il varco segreto. L’accesso ad un passaggio sotterraneo che gli investigatori erano certi esistesse. Alla fine Schiavone uscì allo scoperto. Il rifugio era stato ricavato all’interno di un capannone utilizzato come deposito di attrezzi agricoli e materiali edili, l’entrata era nascosta tra cassette di plastica vuote ed attrezzi da giardinaggio. L’appartamento di Schiavone, al quale si giungeva attraversando un breve corridoio, era accessibile grazie ad una sorta di parete di granito mobile, una parete che scorreva avanti e indietro su due binari e che una volta chiusa, celava perfettamente la casa, composta da una camera da letto, un grande salone rettangolare, un bagno ed una camera da letto matrimoniale. All’interno due frigoriferi ben forniti, soprattutto di scatolame. Tutti gli ambienti erano dotati di aria condizionata, le pareti tappezzate di quadri, molte immagini sacre, e di libri. Videocassette per imparare le tecniche di disegno (Schiavone era appassionato di pittura) e tele dipinte dallo stesso boss. Tra queste, una immagine di Napoleone visto di spalle che ammira quello che sembra un tramonto, una tela dai colori accesi. Gli investigatori individuarono anche un autoritratto di Sandokan: un uomo dal volto pulito – raccontano le cronache di allora - con barba, baffi e capelli curati, occhiali grandi da vista ed una maglietta bianca girocollo. Tra gli oggetti personali di Schiavone c’erano anche la Bibbia, due volumi, ancora chiusi nel cellophane (“I Borboni di Napoli” e “Gli ultimi Borboni di Napoli”), e una videoteca con centinaia di cassette sugli argomenti più disparati dal film “Spartacus” ai video porno e film storici. Nonché una trentina di occhiali, di forme diverse, tutti conservati nel suo comodino. Luci al neon, pavimenti di maiolica bianca e un arredamento semplice ed “essenziale” in un appartamento di un centinaio di metri quadrati, munito di videocitofono. Un’intera parete era occupata da un sofisticato impianto stereo, con videoregistratori e proiettori. Nel bagno c’era una vasca-doccia con idromassaggio. Bastò una perquisizione dettagliata per scoprire la “botola“ che dava accesso al sottopassaggio segreto. Fu trovata per terra, nel salone. Una volta aperta, occorreva scendere una scala metallica per raggiungere poi un tunnel formato da anelli ovali prefabbricati lungo circa 15 metri. Alla fine del tunnel un muro di tufo e, al centro, un varco attraverso il quale si accedeva ad un’altra entrata: a destra una seconda botola, dotata di un sofisticato sistema di chiusura scorrevole, su rotaie, impossibile da identificare dall’esterno, sulla sinistra un carrello elevatore con il quale si raggiungeva il soffitto. Dietro la botola invece un sistema di cunicoli (ben undici ne furono individuati) e scale che portavano ad un altro rifugio segreto, dove gli investigatori rinvennero tende canadesi con coperte e materassini, nonché un piccolo arsenale: fucili, mitragliatori, pistole e tutte le relative munizioni. Nei pressi di un muro che dava direttamente all’esterno, sulla strada, furono trovati calcinacci ed un piccone: secondo l’analisi degli uomini della Dia l’estremo tentativo di sottrarsi alla cattura. All’atto dell’arresto Schiavone risultava destinatario di ben otto mandati di cattura per reati, a vario titolo, di estorsione, omicidio, associazione di stampo mafioso, armi e truffa. Dinnanzi al giudice per le indagini preliminari negò tutte le accuse, puntando l’indice contro i pentiti. Nell’agosto successivo il nome di Sandokan fu di nuovo alla ribalta delle cronache. In una lettera indirizzata ad un quotidiano casertano, Francesco Schiavone volle rendere nota la sua ferma volontà di non passare a collaborare con la giustizia, forse anche per smentire le voci che lo volevano sulla strada del pentimento. Parlò di clima persecutorio nei suoi confronti il boss, difendendo a spada tratta la sua famiglia e guadagnandosi l’attenzione di tutti i media. Dieci anni dopo il boss Sandokan si rese protagonista di una nuova azione eclatante contro il 41bis. Schiavone per diversi giorni non toccò cibo, ma questo non convinse i magistrati a revocare la misura del carcere duro, alla quale è a tutt’oggi sottoposto, sebbene solo nel 2005 sia arrivata una sentenza che conferma il ruolo di boss della camorra di Schiavone. Dopo numerose assoluzioni, nel luglio del 2004, Schiavone fu condannato in primo grado al suo “primo ergastolo”, per un omicidio compiuto vent’anni prima. Fu solo l’inizio. Nell’ottobre successivo nuova sentenza di condanna al carcere a vita, fino al 2005, quando con la sentenza che chiuse il primo grado del processo scaturito dall’inchiesta Spartacus Schiavone fu riconosciuto colpevole del reato di omicidio ben cinque volte.
(Tratto da "Attacco allo Stato", Forumitalia edizioni)

lunedì 26 ottobre 2009

Il boss scrive al capo dello Stato

Il 26 aprile del 1990, con un provvedimento del tutto inaspettato, Francesco Schiavone e Mario Iovine, entrambi in attesa di essere estradati in Italia, riconquistarono la liberta persa un anno prima in Francia (23 maggio ‘89). I giudici del tribunale di Santa Maria Capua Vetere emisero un ordine di scarcerazione nei confronti dei due vertici dei Casalesi detenuti nelle prigioni transalpine. Decorrenza dei termini massimi della custodia cautelare (al tempo fissati in sei mesi): fu questa la motivazione posta alla base del provvedimento inoltrato all’autorità giudiziaria francese. Un provvedimento che fece seguito di poche settimane alla decisione del tribunale del Riesame di annullare il secondo mandato di cattura che aveva raggiunto il boss Sandokan mentre era detenuto in Francia (Schiavone era accusato di avere “partecipato all’omicidio di Paride Salzillo”). I giudici della libertà, con il loro verdetto, annullarono l’ultimo provvedimento che teneva bloccato in carcere Schiavone, agevolandone la successiva scarcerazione per decorrenza dei termini di custodia cautelare. A nulla servì il tentativo degli investigatori casertani di bloccare l’esecuzione del provvedimento, Iovine e Schiavone lasciarono la prigione l’11 maggio del 1990. E all’indomani il nome di Sandokan risultava già sulla lista dei ricercati: il boss Schiavone non si fece trovare in casa all’atto della notifica, da parte delle forze dell’ordine, di un provvedimento di sorveglianza speciale e divieto di soggiorno nelle regioni meridionali, emesso dagli stessi giudici del tribunale casertano contestualmente all’ordine di scarcerazione. Iovine si trasferì a Cascais insieme con la sua compagna brasiliana, e lì trovò la morte l’anno dopo. Per Sandokan tuttavia la libertà durò poco: si trattò solo di una “boccata d’aria”, il tempo di tornare a Casal di Principe e riorganizzare il clan. Il tempo di convocare un summit di camorra presso la villa dell’allora assessore alle finanze del comune di Casal di Principe. Accadeva il 13 dicembre del 1990 (cosiddetto blitz di Santa Lucia). I carabinieri casertani e i colleghi di Aversa attesero che tutti i partecipanti alla riunione indetta da Schiavone si presentassero sul posto. Attesero un’intera giornata, nell’ombra. Poi il blitz, che rischiò di trasformarsi in una carneficina. I carabinieri furono costretti ad impugnare i mitra per far fronte al tentativo dei partecipanti al summit di sottrarsi alla cattura. Bidognetti (anch’egli risultava ricercato da un mese) puntò la pistola contro i militari, pronto a fare fuoco per agevolare la fuga di Schiavone. Non ci furono feriti, l’operazione si concluse con la cattura dei due latitanti. Arresti eccellenti, che fecero seguito solo di qualche giorno al blitz che portò in manette un altro ricercato di alto rango: Lorenzo Nuvoletta, capo storico della potente organizzazione di Marano. Nonostante le informative in possesso alle forze dell’ordine, la “voce” dei pentiti e le risultanze di inchieste che inchiodavano i vertici del clan dei Casalesi, la Corte di Cassazione annullò per il boss Schiavone l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso, a dispetto della richiesta della procura. Una decisione che inciderà in modo positivo anche in sede processuale: i giudici della corte d’Appello del tribunale di Santa Maria Capua Vetere nel gennaio del ‘92 mandarono assolto Schiavone dall’accusa di detenzione abusiva di armi (in primo grado era stato condannato a 4 anni di reclusione) e ne ordinarono la scarcerazione. La fortuna “baciò” allo stesso modo Francesco Bidognetti. Il 28 gennaio del 1992 Sandokan si lasciò nuovamente la prigione alle spalle. E come era accaduto in occasione dell’ultimo arresto, anche questa volta Schiavone fece perdere le sue tracce, violando la misura di soggiorno obbligato per quattro anni a Casal di Principe stabilita dalla Corte contestualmente alla scarcerazione.
A distanza di tre mesi Schiavone finì nuovamente in carcere. Un residuo di pena, tre mesi di cella. Il provvedimento colse di sorpresa il boss, raggiunto dalle forze dell’ordine nella sua villa a Casal di Principe. La detenzione del boss durò poco, solo qualche mese di cella. Un tempo breve, ma sufficiente per creare nuovi contati all’interno del carcere. Con altri tre boss campani nell’agosto ‘93 inviò una lettera all’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, chiedendo la revoca del 41bis, vale a dire la misura del carcere duro, contestando “condizioni inumane di vita”. Nell’ottobre successivo fu scarcerato, e di Schiavone si perse ogni traccia, sebbene gli investigatori abbiano sempre sospettato che il boss, durante i cinque anni in cui si è reso latitante, non ha mai lasciato la sua città. Grazie ad una rete di insospettabili fiancheggiatori il boss Sandokan continuò a gestire gli affari, a frequentare la sua famiglia. E ad intrecciare una relazione sentimentale con due donne sottufficiali della base Nato di Bagnoli al fine di procurarsi facilmente armi e munizioni. Uno spaccato di vita ricostruito grazie alla testimonianza del collaboratore di giustizia Carmine Schiavone.
(Tratto da "Attacco allo Stato", ForumItalia edizioni)

giovedì 22 ottobre 2009

La biografia criminale di Francesco Schiavone "Sandokan"


Agli inizi del 1990 la procura casertana inizia anche ad indagare sulla penetrazione dell’oramai boss Schiavone nella politica locale. Indagini che partono dalla presenza nella giunta comunale di Casal di Principe di parenti di Sandokan. Fu allora che Vincenzo De Falco, le cui mire espansionistiche sono state messe in evidenza da più di un collaboratore di giustizia, tentò di sganciarsi dai vecchi alleati e correre da solo alla conquista del posto di capo.
De Falco intensificò i rapporti con i politici locali, con il chiaro obiettivo di mettere le mani sugli appalti pubblici. Non ebbe fortuna. Dopo essere scampato ad un agguato organizzato contro di lui nel dicembre del 1990 (sventato grazie all’intervento dei carabinieri), De Falco trovò la morte per mano degli ex alleati il 2 febbraio del 1991 (era stato arrestato nel giugno precedente e successivamente trasferito nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia, dove resta fino al 6 novembre successivo, quando sarà scarcerato) a Casal di Principe. A distanza di un mese arrivò la riposta degli uomini rimasti fedeli a De Falco: il 6 marzo Mario Iovine fu ucciso a Cascais, in Portogallo. Fu allora che si consolidò l’alleanza Schiavone-Bidognetti. Fu quello l’inizio di un nuovo corso del clan dei Casalesi, sebbene il gruppo di affiliati rimasti legati a De Falco (capeggiati dal fratello di Vincenzo De Falco, Nunzio) tentarono di frenare l’avanzata del nuovo sodalizio. Un tentativo che passò per numerosi delitti, ma che non ebbe gli esiti sperati. La nuova faida provocò una ventina di omicidi e si lasciò alla spalle due vittime innocenti colpite per errore durante le sparatorie: un ragazzo di soli dodici anni (durante un agguato in un salottificio nell’aprile del ‘91) ed il barista di un locale di Castelvolturno (nel giugno dello stesso anno). Con un’inchiesta datata ottobre 1991, l’Antimafia fece luce sui retroscena della mattanza, ottenendo l’arresto dei vertici del gruppo De Falco e degli esponenti di maggior rilievo dell’organizzazione. Solo qualche giorno prima la Criminalpol di Napoli aveva identificato e fermato in terra iberica il presunto omicida di Mario Iovine, un trentenne di origini spagnole. Il mandante, secondo quanto fu appurato dalle indagini, fu Nunzio De Falco: un’operazione eclatante, per vendicare la morte del fratello. De Falco infatti fece affidamento su un gruppo di narcotrafficanti della Costa del Sol noti con il nome di “Gabi”: Iovine fu sorpreso da una pioggia di piombo mentre si trovava in una cabina telefonica: due colpi di 38 special, uno allo stomaco, l’altro fra gli occhi. Ma la faida non si placò, e nel Casertano si continuò a sparare. Nel marzo del 1992 fu assassinato Giuseppe De Falco, noto come Barbacane, fratello di Vincenzo e Nunzio e ritenuto un esponente di spicco del gruppo rimasto fedele ai mazzoni. Venti giorni dopo, in un agguato morì il titolare di un salottificio ritenuto un fiancheggiatore dei clan Schiavone e Bidognetti. Nel luglio del 1992 fu uccisa una donna, vittima di una vendetta trasversale. Colpevole di avere intrecciato una relazione sentimentale con un esponente del clan Venosa, attivo a San Cipriano d’Aversa e rivale del sodalizio capeggiato da Francesco Schiavone.
Due settimane dopo fu arrestato il boss dell’omonimo sodalizio, Luigi Venosa, già scampato ad una serie di agguati organizzati contro di lui dal gruppo Schiavone-Bidognetti. La faida culminò nel triplice omicidio del 7 agosto del ‘92: in una officina a Villa Literno furono assassinati il titolare, un suo dipendente ed un cliente. Il giorno dopo furono arrestati tre fratelli Venosa e un affiliato al clan con l’accusa di avere preso parte all’esecuzione. Nel 1994 Francesco Schia-vone è per tutti il padrino indiscusso dei Casalesi, un titolo che nessuno gli porterà più via. La sua scalata è inarrestabile, favorita peraltro dall’arresto di Bidognetti, sul finire del 1993, proprio poco dopo la scarcerazione di Schiavone. Quest’ultimo infatti riconquistò la libertà l’11 ottobre del 1993 (era finito nuovamente in prigione il 14 aprile del 1992). E in carcere Sandokan non ci tornerà prima del 1998, la data del suo ultimo e definitivo arresto (Schiavone violò subito le prescrizioni della sorveglianza e sfuggì all’operazione battezzata Spartacus).
(Tratto da "Attacco allo Stato", ForumItalia edizioni) - continua

venerdì 16 ottobre 2009

La biografia criminale di Francesco Schiavone "Sandokan"


Alla scomparsa del boss Bardellino fece seguito quella del nipote Paride Salzillo (maggio 1988), suo braccio destro, stando a quanto riferito dai pentiti (e da Luigi Basile, ex pentito condannato in via definitiva all’ergastolo per il concorso nell’omicidio di Ciro Nuvoletta, 1984), strangolato con una corda di plastica. Il cadavere sarebbe stato poi trasportato ai Regi Lagni e seppellito nel cemento. Da quel momento tutti i vecchi gregari del boss della Nuova famiglia iniziarono a sentirsi possibili bersagli e lasciarono la città, trovando rifugio a Formia. Rimase invece a San Cipriano d’Aversa, con il fermo proposito di opporsi alla inarrestabile avanzata di Sandokan e i suoi uomini, Antonio Salzillo, il fratello di Paride, accusato di aver partecipato alla cosiddetta “strage di Casapesenna” (18 dicembre 1988). Il mandato di cattura fu eseguito nei confronti di Antonio Salzillo solo a distanza di un anno dai fatti, nel 1989. Il nipote di Bardellino fu stanato a Ginevra, dove viveva sotto falso nome. Nella strage, che si svolse in una bisca clandestina di Casapesenna, in provincia di Caserta, morirono due persone (Michele Pardea e Antonio Salzillo, omonimo del nipote del boss).
Le agenzie di stampa, nel dare la notizia dell’agguato di Casapesenna, si soffermarono sull’ipotesi che uno dei cadaveri rinvenuti all’interno della bisca fosse quello di Sandokan:
Camorra: due morti in agguato nel casertano

Caserta, 18 dic - Due persone sono state uccise a colpi di fucile e pistola in un agguato camorristico la scorsa notte nel centro di Casapesenna (Caserta). Uno dei due, Antonio Salzillo di 27 anni di San Cipriano d’Aversa, omonimo e cugino del figlio della sorella del “boss” Antonio Bardellino è stato identificato dai familiari. Per l’altra vittima, sfigurata al volto dai pallettoni di un fucile a canne mozzate, sono ancora in corso accertamenti. Carabinieri e polizia ritengono che possa trattarsi di Francesco Schiavone, detto “Sandokan” un “boss” della “Nuova famiglia”, che sarebbe subentrato ad Antonio Bardellino al vertice dell’organizzazione che faceva capo a don Antonio.
Camorra: due morti in agguato camorristico nel Casertano (2) Caserta, 18 dic - I carabinieri hanno tramutato in arresto il fermo del pregiudicato ferito ad una gamba e sospettato di essere uno dei responsabili dell’agguato di Casapesenna. Si tratta di Michele Di Bona, di 26 anni, di San Cipriano d’Aversa. L’uomo si trova attualmente piantonato all’ospedale di Caserta. Non è stata confermata, invece, l’identificazione con Francesco Schiavone, noto come “Sandokan”, per l’altra vittima dell’agguato. In serata è stato identificato l’altro cadavere. Si tratta del pregiudicato Vincenzo D’Alessandro, legato ad Antonio Salzillo.
Agli inizi degli anni Novanta ci fu la svolta, e l’avvento definito di Schiavone al vertice del sodalizio che iniziò ad essere identificato “nel gruppo Schiavone”, essendo ormai scomparsi dalla scena Iovine e De Falco (entrambi assassinati) e Francesco Bidognetti (arrestato nel 1993).
(Tratto da "Attacco allo Stato", ForumItalia edizioni)

giovedì 8 ottobre 2009

La biografia criminale di Francesco Schiavone "Sandokan"


Nella sentenza emessa dal tribunale di Napoli nel 1983 contro la Nuova famiglia, si legge che la maxi-federazione anticutoliana nasce ufficialmente nel 1978. Un dato che emerse dalla documentazione rinvenuta durante la perquisizione della vettura di Mario Fabbrocino (siamo nel 1981): si tratta di lettere, vaglia postali assistenziali ai detenuti e alle loro famiglie, in cui si fa riferimento all’accordo tra le diverse realtà criminali, tra cui il gruppo Bardellino, che avevano deciso di contrastare Cutolo (scrive il boss Francesco Mallardo: “Bisogna trucidare le vili cotolette…”, riferendosi agli affiliati alla Nco).
Alla fine degli anni Settanta, fu proprio Bardellino a farsi promotore della ribellione ai cutoliani, rompendo una tregua voluta dai Nuvoletta e mal sopportata dalle altre cosche confederate nella Nuova famiglia (tra Nuvoletta e Bardellino si arriverà ad uno scontro cruento che, nel 1984, culminerà con l’omicidio di Ciro Nuvoletta; all’agguato, su mandato di Carmine Alfieri, parteciperà anche lo stesso Bardellino). Tutti coloro che confluiranno nel clan dei Casalesi hanno militato nel gruppo Bardellino. Francesco Schiavone viene indicato dai collaboratori di giustizia tra i componenti del gruppo di fuoco e, secondo il pentito Umberto Ammaturo, Sandokan era tra gli uomini fidati del padrino, tanto da diventarne l’autista. Bardellino riuscì in poco tempo ad individuare i canali di accesso al mondo della politica locale (nei Comuni di Casal di Principe e San Cipriano di Aversa soprattutto). Gli ingranaggi del sistema affaristico-politico-camorristico erano saldamente tenuti insieme dagli esponenti del gruppo dei Casalesi, tra i quali spiccava la figura di Mario Iovine. E fu così fino al 1988, quando Bardellino sparì nel nulla in Brasile. Fu allora che apparve chiaro che nella perfetta organizzazione di Bardellino si era aperta una falla. E che gli stessi affiliati che un tempo gli avevano garantito copertura e appoggio durante la sua latitanza e nella sua corsa al potere contro i cutoliani, gli avevano voltato le spalle. Fu proprio Iovine, dice l’Antimafia, ad assassinare Bardellino, il cui corpo non sarà mai ritrovato. Secondo quanto ricostruito nelle inchieste, l’eliminazione del vecchio padrino fu decisa per porre un freno alle ambizioni del gruppo dei fedelissimi che ruotava attorno al padrino. Nel 1987 infatti Bardellino aveva chiuso un grosso affare, assicurandosi una maxi-tangente sui lavori per la sistemazione dei Regi Lagni (come confermerà Carmine Alfieri, al quale fu offerta una cospicua quota dell’importo in cambio dell’autorizzazione a procedere nell’affare).
Bardellino, nel corso del tempo, iniziò ad accentrare la ricchezza nelle proprie mani (e in quelle dei familiari più stretti), generando una situazione di malcontento tra gli affiliati di cui seppe approfittare Mario Iovine. Un malcontento che si trasformò in diffidenza con l’omicidio del fratello di quest’ultimo, Domenico (11 gennaio 1988), un agguato deciso da Bardellino che da sempre sospettava che la vittima fosse, in realtà, un informatore della polizia di Casal di Principe (secondo le dichiarazioni di Alfieri lo stesso Mario Iovine votò a favore del delitto, sacrificando il fratello per avere il pretesto per uccidere poi Bardellino).
Schiavone e le famiglie Bidognetti e De Falco intuirono che si prospettava l’inizio di un nuovo corso e decisero di prendere posizione, appoggiando senza riserve l’ascesa criminale di Iovine. Si rafforzò il gruppo dei Casalesi, che iniziò a rendersi autonomo sganciandosi dalla struttura confederativa voluta da Bardellino. Il comando dell’organizzazione fu preso da Mario Iovine (all’epoca latitante e spesso all’estero, in Francia o in Brasile, per occuparsi di affari di droga), Francesco Schiavone, Francesco Bidognetti e Vincenzo De Falco. Sandokan iniziò a distinguersi dagli altri affiliati per le sua spiccata capacità imprenditoriale e per la scelta di affidare ruoli di primo piano ai propri familiari (il fratello Walter ed il cugino Francesco, figlio di Luigi, alias Cicciotto, nonché il cugino Carmine Schiavone, poi pentitosi), così come sottolineano i giudici nelle motivazioni della sentenza che ha chiuso il primo processo scaturito dall’inchiesta battezzata Spartacus I. “E’ risultato uno dei promotori del fenomeno di ribaltamento del vertice operativo della precedente organizzazione”, spiegano i giudici, ma è dopo l’omicidio di Vincenzo De Falco (febbraio del 1991) e di Mario Iovine (marzo del 1991), “che si assiste ad costante progressione nella scalata di Francesco Schiavone verso il vertice del gruppo criminoso. Da semplice soldato posto alle dipendenze di Antonio Bardellino (fine anni ‘70 ed inizio anni ‘80) - si legge nelle motivazioni della sentenza – Francesco Schiavone diventa, per sua particolare freddezza ed abilità operativa, prima uno dei suoi uomini di maggior fiducia (nello svolgimento di compiti di assoluto controllo del territorio nella lotta contro i cutoliani) e successivamente aderisce al progetto omicidiario di Mario Iovine in danno dello stesso Bardellino, progetto che include anche l’eliminazione di Paride Salzillo”.
(continua)

martedì 6 ottobre 2009

La biografia criminale di Francesco Schiavone "Sandokan"


Il primo arresto di Francesco Schiavone in qualità di “persona vicina al gruppo Bardellino” risale al 1983, quando Sandokan, il cugino Carmine Schiavone e altre tre persone furono sorpresi durante un summit: era lo stesso anno in cui il tribunale di Napoli firmò la prima sentenza contro gli esponenti della Nuova famiglia, tra i quali spicca il padrino Antonio Bardellino, legato alla famiglia di Cosa nostra facente capo al gruppo dei cosiddetti scappati (Badalamenti, Bontade e Inzerillo), all’epoca ancora vincenti e in conflitto con i Corleonesi di Totò Riina. Risale, invece, all’aprile del 1986 la prima sentenza contro il clan Bardellino: anche Schiavone fu condannato per il reato associativo.
Attorno al gruppo di Bardellino, iniziarono a muoversi anche altri clan influenti nella zona di Mondragone e di Sessa Aurunca, certi dei benefici che avrebbero ricevuto alleandosi con uno dei personaggi più forti della Nuova famiglia di Carmine Alfieri.
“Antonio Bardellino, uno degli uomini più fidati di Lorenzo Nuvoletta – scrivono i giudici del tribunale di Santa Maria Capua Vetere – rappresentava, con lo stesso Nuvoletta e con Michele Zaza, la costola campana dell’organizzazione mafiosa denominata Cosa nostra”, così come emerge nel maxi-processo celebrato a Palermo e conclusosi in primogrado il 16 dicembre 1987.
Racconta Tommaso Buscetta, interrogato dal giudice istruttore Giovanni Falcone il 23 luglio 1984: “Anche nella Campania vi sono famiglie mafiose, trattasi di tre famiglie che fanno capo rispettivamente a Michele Zaza di Napoli, Antonio Bardellino ed ai fratelli Nuvoletta di Marano… ad eccezione delle famiglie di Napoli che rientrano nella giurisdizione della Commissione di Palermo, ogni provincia è autonoma, anche se le decisioni adottate dalla commissione di Palermo sono indicatrici di una linea di tendenza, adottata dalle altre commissioni…”. “I Nuvoletta – prosegue Buscetta – sono diventati famosi in virtù dei loro vincoli di amicizia con i Corleonesi e prima di tutto con Luciano Leggio. Bardellino invece ignoro sulla base di quali rapporti e interessi sia entrato a far parte della mafia… E’ possibile che ciò sia avvenuto per creare un argine a Raffaele Cutolo, notoriamente avverso alla mafia siciliana”.
(3-continua)

giovedì 1 ottobre 2009

La biografia criminale di Francesco Schiavone "Sandokan"


Cinque anni vissuti nell’ombra, senza mai lasciare la sua terra. Lontano dai riflettori della cronaca, vicino, vicinissimo, agli affiliati e alla sua famiglia. Poi, l’arresto del capo dei capi della camorra casertana e la rivalsa dello Stato sullo strapotere della camorra che a Casal di Principe, Caserta e San Cipriano d’Aversa ha i volti e i nomi degli esponenti del clan dei Casalesi.
La cattura di Francesco Schiavone, 54 anni, capo indiscusso dell’organizzazione criminale nata alla fine degli anni Ottanta sulla scia della disfatta del gruppo di Antonio Bardellino, segnò l’inizio della controffensiva dell’Antimafia in Terra di Lavoro.
Innamorato del mito di Napoleone, Francesco Schiavone viene definito dagli inquirenti una mente criminale di primissimo livello, capace di intessere rapporti di affari con la politica e con gli imprenditori, di gestire flussi economici di portata miliardaria e di imporre il suo potere di capoclan feroce ed astuto su un territorio tanto vasto quanto ambito dai sodalizi più forti della camorra campana, godendo dell’appoggio di esponenti della vita politica locale.
“Una intelligenza criminale – per dirla con un magistrato che ha dedicato grande impegno alla inchieste sulla camorra casertana, il pm Federico Cafiero de Raho – che non ha eguali in Campania”.
Quella villa bunker, oggi destinata a diventare un centro sociale per i giovani, Francesco Schiavone l’aveva fatta costruire su misura. L’11 luglio del 1998 i carabinieri violarono il fortino, mettendo fine alla latitanza di un uomo spietato, come solo i boss mafiosi sanno essere. Dotato di una freddezza particolare, si legge nelle carte processuali. Schiavone negli ultimi venti anni ha scalato i vertici di una delle più potenti organizzazioni criminali della regione, scardinando logiche di potere consolidate nel tempo e riconducibili a un capoclan del calibro di Antonio Bardellino, uno dei protagonisti della ribellione allo strapotere di Raffaele Cutolo, “il professore” di Ottaviano.
Il primo arresto di Sandokan risale al 1972, quando Schiavone aveva appena diciotto anni. Fu fermato per detenzione abusiva di armi, ma già si sospettavano legami con la criminalità organizzata. Come il padrino mafioso Totò Riina, anche Schiavone iniziò da giovanissimo ad inseguire il sogno di diventare un uomo d’onore.
(1-continua)

giovedì 24 settembre 2009

I clan in provincia di Caserta

Relazione di maggioranza della commissione parlamentare antimafia
XV Legislatura


Con riferimento alla situazione della criminalità organizzata nella provincia di Caserta le novità emerse dalle più recenti investigazioni dimostrano come, pur in un quadro di apparente stabilità, sia in atto una significativa trasformazione della realtà criminale non soltanto sul versante più strettamente militare ma, anche e soprattutto, su quello dei rapporti con il mondo delle imprese e delle istituzioni. Anticipando qui alcune conclusioni, può certamente affermarsi che, malgrado siano stati inflitti colpi durissimi – anche sul piano patrimoniale – a seguito delle attività della polizia giudiziaria e della magistratura, il controllo del territorio resta fortissimo soprattutto per la capacità mimetica dei sodalizi operanti sul territorio, organizzati più sulla falsariga di quelli siciliani che non sullo schema di quelli napoletani. Il gruppo malavitoso che resta il più forte è quello dei casalesi che opera nella quasi totalità della provincia e, in particolare, nell’agro aversano (e cioè in quella zona confinante con la provincia sud di Napoli), in tutta la zona detta dei «mazzoni», su parte del litorale domizio facente parte del comune di Castelvolturno compreso il cosiddetto «Villaggio Coppola». Il clan dei casalesi risulta mantenere formalmente salda la sua struttura unitaria, di tipo piramidale con un gruppo di comando e con una cassa comune in cui confluiscono i proventi illeciti per l’erogazione centralizzata di uno stipendio ai quadri del gruppo. Le leve del comando fino a poco tempo fa erano saldamente nelle mani della diarchia costituita da Francesco Schiavone detto Sandokan e Francesco Bidognetti, i quali, malgrado fossero detenuti in regime di 41bis, riuscivano ad imporre le proprie direttive quantomeno sulle vicende di maggiore rilevanza. Accanto ai due soggetti sopra citati, in una posizione lievemente inferiore, si posizionavano Michele Zagaria e Antonio Iovine, entrambi da lunghissimo tempo latitanti e, pur nella loro autonomia, collegati più strettamente al gruppo Schiavone. Tutti i soggetti citati avevano propri gruppi di riferimento che operavano su specifiche zone di influenza o in particolari settori, pur nella consapevolezza di far parte di una struttura unitaria. La situazione si è, però, negli ultimi tempi significativamente modificata. Il gruppo Bidognetti è ormai da ritenersi in totale rotta. Nel corso di quest’ultimo anno, poi, alla collaborazione di Luigi Diana si sono aggiunte quelle particolarmente importanti del cugino del capo, Domenico Bidognetti detto «bruttaccione», che aveva avuto importanti incarichi di vertice, e poi, persino, della compagna del boss Francesco, Anna Carrino. Se questi dati vengono letti unitamente alle pesantissime condanne (ad esempio, Francesco Bidognetti è stato, nel corso dell’anno, condannato più volte all’ergastolo, così come il figlio Aniello) inflitte a numerosi esponenti del clan, può giungersi alla conclusione di un pesante e definitivo ridimensionamento del gruppo che già da tempo, del resto, era in posizione subordinata rispetto a quello di Schiavone. All’interno del gruppo Schiavone, rimasto sostanzialmente egemone, sono pure in atto importanti movimenti per ricostruire gli equilibri di potere; la leadership di Francesco Schiavone è di fatto offuscata da varie condanne all’ergastolo che hanno riguardato anche il fratello Walter ed il cugino omonimo detto «Cicciariello». All’interno del gruppo sembra farsi strada il figlio di Francesco Schiavone, Nicola, personaggio tuttora incensurato e particolarmente defilato rispetto alle attività di carattere militare ma molto attivo nel campo imprenditoriale con solidi rapporti nel Nord Italia e nell’Europa dell’est. Con l’arresto di uno dei leader incontrastati di quel gruppo, Luigi Guida, detto «Gigino ’o drink», il gruppo era gestito da soggetti minori di non riconosciuto spessore criminale. Il controllo e la gestione del territorio appaiono sempre più monopolizzati dai gruppi di Michele Zagaria e Antonio Iovine. La loro presenza sul territorio, sia pure in situazione di latitanza, li sta facendo assurgere a veri capi del clan, grazie anche alla loro capacità di inserirsi nel tessuto delle relazioni economiche non solo locali. Zagaria e Iovine stanno, infatti, sempre più trasformando i loro gruppi in imprese con una capacità di controllo di interi settori economici (dalle costruzioni, al movimento terra, al ciclo del cemento alla distribuzione dei prodotti), accompagnata dal tentativo di farsi coinvolgere il meno possibile nelle attività «sporche», interloquendo con l’imprenditoria e con le istituzioni anche di altre realtà non solo campane. Secondo quanto emerso dall’audizione dei sostituti della Procura distrettuale di Napoli in data 30 luglio 2007, da questo quadro criminale in evoluzione (…) potrebbero scaturire anche gravi fatti di sangue contro esponenti delle istituzioni, per la necessità dei nuovi vertici del gruppo sia di dimostrare la capacità di imporsi sul territorio sia di dare «soddisfazione» ai numerosi detenuti condannati con pene pesantissime sia, infine, di impedire nuove scelte collaborative. Del resto, è recente la conclusione del più importante dibattimento riguardante il clan (noto come Spartacus I): con la sentenza, emessa dopo oltre sei anni di dibattimento, sono stati inflitti centinaia di anni di carcere, oltre 20 ergastoli e confiscati beni per svariati milioni di euro. In questo senso va rimarcata l’importante attività di indagine conclusa dalla DdA con riferimento al gruppo Zagaria, che oltre a portare all’arresto dei tre fratelli del latitante e di numerosi affiliati, ha fatto emergere infiltrazioni nel Nord Italia, dove il clan aveva investito nel settore delle costruzioni fino ad arrivare a gestire un cantiere nella centralissima zona di via S. Lucia di Milano. Nell’indagine sono stati arrestati vari imprenditori, fra cui due immobiliaristi di Parma – di recente anche condannati per partecipazione ad associazione camorristica – e sequestrate varie società immobiliari tutte operative al Centro Nord. Il gruppo Zagaria, del resto, era risultato il gestore della distribuzione, in sistema di illegale monopolio, del latte per l’intera provincia di Caserta per conto di uno dei principali gruppi italiani in esso operanti. L’esito del processo, assai negativo per il clan, potrebbe dare la stura ad una ripresa di azioni violente anche eclatanti. La Direzione distrettuale antimafia di Napoli ha evidenziato come sia in atto un impegno significativo per giungere alla cattura dei due latitanti di spicco, e cioè i citati Zagaria e Iovine; il loro arresto rappresenterebbe soprattutto in questa fase un indebolimento del clan che potrebbe persino essere fatale. Dalle indagini è emerso che il clan dei casalesi è particolarmente infiltrato nelle istituzioni politiche e burocratiche della provincia e capace di condizionare il voto soprattutto con riferimento alle elezioni amministrative. Lo dimostrano in modo inequivoco le numerose commissioni d’accesso predisposte dalla Prefettura di Caserta e i numerosi scioglimenti di comuni della provincia. È prepotentemente ritornato anche il voto di scambio – effettuato, in alcuni casi, direttamente con esponenti della criminalità organizzata – sia con il pagamento di somme di denaro sia con la promessa di favori e di posti di lavoro. Preoccupante è quanto emerso con riferimento ad uno dei comuni simbolo del potere del clan, San Cipriano d’Aversa; le indagini hanno dimostrato come era stato assunto da tempo come vigile urbano il fratello del latitante Antonio Iovine, e costui svolgeva di fatto un ruolo di vera e propria dirigenza dell’ufficio, all’interno del quale venivano svolte illecite attività e consumata droga. Pure preoccupante è quanto è stato acclarato nelle indagini su uno dei settori più lucrosi fra quelli connessi al denaro pubblico e cioè la gestione del sistema rifiuti. Il clan dei casalesi era stato in passato indicato come particolarmente attivo nel trasporto e smaltimento di rifiuti tossici ed erano emersi legami persino fra la massoneria deviata ed il sodalizio, finalizzati a far giungere tonnellate di rifiuti tossici e speciali dal nord al sud. La DdA ha dimostrato come il clan si sia infiltrato anche nel settore della raccolta legale dei rifiuti. È emblematica l’indagine sul consorzio di comuni Ce 4, operante nei comuni di Mondragone ed in altri del litorale domizio; sono stati arrestati per reati associativi o comunque per delitti collegati alle attività del clan sia gli imprenditori, partner privati della società mista che doveva occuparsi della raccolta dei rifiuti, sia i vertici del Consorzio, sia numerosi affiliati del clan. Sono state segnalate strane compravendite di terreni nella zona di Villa Literno, terreni successivamente affittati al Commissariato di Governo per il ricovero provvisorio di ecoballe con pagamenti di prezzi molto elevati e senza che il posizionamento dei rifiuti scatenasse alcuna polemica in popolazioni in altre occasioni apparse pronte ad azioni anche di forza per evitare aperture di discariche, siti di stoccaggio eccetera. I soggetti che hanno stipulato i contratti di locazione sono risultati in molti casi imparentati ad esponenti del clan. Si tratta di elementi che, letti unitariamente, dimostrano come il clan dei casalesi abbia ottenuto sistematici vantaggi dalla gestione dell’emergenza rifiuti grazie evidentemente anche a connivenze delle istituzioni politiche e burocratiche. Per quanto riguarda le altre zone del casertano, partendo dal litorale domizio, va segnalato che a Mondragone, dopo la totale eliminazione del sodalizio facente capo alla famiglia La Torre ed alla scelta di collaborare effettuata dal capo di quel gruppo, si è ricostituito un gruppo criminale che ha recuperato vecchi affiliati di seconda fila. Il nuovo gruppo ha iniziato una violenta campagna di attentati contro esercizi. Nell’indagine è risultato coinvolto anche il sindaco di Mondragone, di recente dimessosi dall’incarico, che avrebbe beneficiato durante l’ultima campagna elettorale del sostegno elettorale e di assunzioni di favore da parte del consorzio e della società mista. L’investigazione ha sfiorato anche il Commissariato straordinario di governo per l’emergenza dei rifiuti, nel cui ufficio è risultato essere stato assunto un tecnico sponsorizzato dai vertici della società mista. La scarsissima forza del gruppo – e soprattutto l’assenza di una vera rappresentanza esterna – lo rende di fatto ormai assoggettato a quello casalese che è già in grado di gestire in zona le più importanti vicende estorsive. Nella zona di Sessa Aurunca opera il tradizionale gruppo diretto da Mario Esposito (detenuto in regime di 41bis) e da Gaetano Di Lorenzo (arrestato in Spagna dopo una lunga latitanza e solo di recente estradato e sottoposto al regime di 41bis). Il gruppo, rispetto, al passato appare significativamente indebolito. Nella zona di Marcianise-Maddaloni, a confine sia con il napoletano sia con il beneventano, opera il clan Belforte; si tratta di un gruppo – l’unico della zona – erede della Nco di Cutolo, ma oggi anch’esso alleato – quantomeno non più contrapposto – con i casalesi; la zona su cui esercita il suo predominio criminale è caratterizzata da un importante sviluppo industriale e commerciale; vi sono, infatti, un importante interporto ed un centro orafo di notorietà nazionale (il consorzio Tarì). È un gruppo che ha subito nell’ultimo periodo colpi durissimi che lo hanno decisamente ridimensionato anche se non completamente eliminato. Nella zona fra Marcianise e Caserta stava nascendo un nuovo gruppo criminale che per forza e capacità di espandersi sul territorio era destinato a diventare molto potente; si tratta di un cartello fra clan facente capo a Antimo Perreca. Costui, scarcerato nel 2003 dopo essere stato condannato nel processo cosiddetto «Spartacus II» come partecipe del clan dei casalesi e capozona di Recale, stava mettendo a frutto tutta una serie di rapporti e conoscenze consolidati in carcere. Perreca era riuscito, infatti, a stringere un’alleanza di ferro con il gruppo di San Felice a Cancello facente capo alla famiglia Massaro con il neonato gruppo Fragnoli di Mondragone e, grazie all’alleanza anche con il gruppo Pagnozzi – operante in San Martino Valle Caudina – aveva iniziato ad espandersi nella zona di Benevento ed in parte dell’Avellinese. Perreca aveva, inoltre, creato un forte legame con uno dei potenti gruppi camorristici napoletani operanti soprattutto nel settore dello spaccio e cioè quello dei Birra di Ercolano. Il gruppo che non si poneva – almeno in questa prima fase – in alternativa a quello casalese aveva l’obiettivo ulteriore di scalzare i Belforte da Marcianise in modo da impossessarsi delle numerose attività illecite presenti in quel contesto. L’operazione non sembra, però, andata a buon fine perché, a seguito dell’emissione di ordinanze cautelari nei confronti del gruppo Massaro, hanno deciso di collaborare con la giustizia alcuni esponenti di primo piano del gruppo. L’opzione collaborativa ha permesso di conoscere in tempo i piani criminali di Perreca che è stato raggiunto da ordinanza cautelare per omicidio. Nell’alto casertano – nella zona di Pignataro – opera un gruppo (costituito dalle famiglie Papa, Ligato e Lubrano) che in passato era strettamente collegato con la famiglia mafiosa dei Nuvoletta di Marano e con i corleonesi di Riina. Il gruppo è risultato fortemente indebolito sia dall’omicidio del figlio del capo storico Lubrano, sia dalla definitiva condanna all’ergastolo per l’omicidio Imposimato inflitta allo stesso Lubrano, sia – infine – dall’arresto di Raffaele Ligato, anch’esso condannato in primo grado all’ergastolo per l’omicidio Imposimato.
(Tratto dal libro "Attacco allo Stato", ForumItalia edizioni)

martedì 22 settembre 2009

I blitz contro i Casalesi - parte 2


11 OTTOBRE

Lo spiegamento di forze, nel triangolo della camorra, tra Casal di Principe, Casapesenna e San Cipriano d’Aversa, è imponente: polizia, carabinieri e ottanta parà della «Folgore» arrestano sette persone, accusate di aver coperto la latitanza del boss Giuseppe Setola. A finire in manette, quel giorno, sono stati anche Giulio Iacolare, 59 anni già noto alle forze dell’ordine e considerato affiliato dei Casalesi, e sua moglie. Nella loro abitazione i carabinieri hanno trovato una pistola semiautomatica calibro 9x21 con matricola abrasa, due caricatori con 20 cartucce, una pistola semiautomatica 7.65 con matricola abrasa con 42 colpi dello stesso calibro. Ed ancora, in carcere anche un appuntato dei carabinieri, già in servizio nella stazione di Crispano ed attualmente al lavoro presso il decimo Battaglione Campania di Napoli, accusato di corruzione e violazione continuata del segreto di ufficio. Secondo gli inquirenti, l’uomo avrebbe ricevuto indebitamente, dal 2004 al 2007, quando era in servizio a Crispano, somme di denaro, sino a un massimo di 1000 euro al mese, nonché generi alimentari, per fornire ad un esponente del clan camorristico Cennamo, operante nelle zone di Cardito, Carditello e Crispano, ed affiliato alla famiglia Moccia, notizie riservate coperte da segreto di ufficio. Si trattava di elementi in ordine alle indagini in corso, alle perquisizioni da effettuare e ai controlli disposti nei confronti degli esponenti del clan. Infine, tra gli arrestati Bernardino Terracciano: in “Gomorra”, il film di Matteo Garrone, tratto dal best seller di Roberto Saviano, faceva “Zì Bernardino”, un estorsore per conto della camorra. Manette anche per Nicola Gagliardini, 35 anni, e per Antonietta Pellegrino, 26 anni, con precedenti e appartenente ad una famiglia ritenuta legata ai Casalesi: per lei l’accusa di favoreggiamento, per aver coperto la latitanza di alcuni esponenti di spicco del clan. Arrestato, per detenzione illegale di armi, anche un vigile urbano di Napoli.
(Tratto dal libro "Attacco allo Stato", ForumItalia edizioni)

sabato 19 settembre 2009

I blitz contro i Casalesi - parte 1


30 SETTEMBRE 2008

Il primo colpo all’«ala stragista» arriva all’alba del 30 settembre, quando i carabinieri del nucleo operativo di Caserta scovano, in due ville tra Quarto e Monteruscello, tre componenti del gruppo di fuoco capeggiato da Giuseppe Setola: Giovanni Letizia, Oreste Spagnuolo e Alessandro Cirillo. L’unico immigrato riuscito a salvarsi dalla strage di Castelvolturno, oggi super testimone, ha riconosciuto due di loro, Cirillo e Spagnuolo.
«Mai vista una violenza simile - ha detto il generale dei carabinieri, Franco Mottola - Solo per intimidire qualcuno erano capaci di sparare oltre 80 colpi di arma da fuoco. Uccidevano e tendevano agguati a chiunque volesse collaborare con le forze dell’ordine o volesse opporsi al loro potere». Giovanni Letizia e Alessandro Cirillo vivevano nella stessa villa, Spagnuolo in un’altra poco distante. Nelle abitazioni blindate c’erano dovunque armi: due kalashnikov, un fucile a pompa, sette pistole e tracce di una ultima cena a base di aragoste e giornali locali aperti sulle pagine dedicate agli sviluppi investigativi della magistratura. Poco distante, erano parcheggiate anche due moto, simili a quelle utilizzate nel raid di Castelvolturno. I latitanti non hanno opposto resistenza: si sono fatti ammanettare senza difficoltà. Nella villa dei due latitanti sono stati ritrovati parrucche, pettorine dei carabinieri confezionate artigianalmente, un lampeggiante e palette da segnalazione, oltre ad alcuni «pizzini» contenenti le istruzioni del capoclan sulle attività di taglieggiamento.
Ecco che cosa scrivono i magistrati: «In occasione della cattura dei latitanti Alessandro Cirillo, Giovanni Letizia ed Oreste Spagnuolo, oltre al rinvenimento di armi micidiali le quali, come sarà più chiaro in seguito, costituiscono un vero e proprio fil rouge che lega insieme numerosi delitti commessi dal medesimo gruppo di affiliati sostanzialmente riconducibili a Giuseppe Setola, la polizia giudiziaria ha sequestrato numerosi documenti, assai significativi proprio per la ricostruzione dell’esistenza di un gruppo criminale (…) Si tratta - in sostanza - di alcuni fogli sparsi e post-it, alcuni dei quali – e la circostanza appare di indubbio rilievo indiziario – strappati nell’immediatezza dell’irruzione dagli stessi latitanti, sorpresi alle prime ore del mattino. La polizia giudiziaria delegata ha provveduto a ricomporre i frammenti dei fogli strappati ed ha curato una trascrizione in file word delle frasi annotate, in modo che il contenuto fosse maggiormente intellegibile. La prima impressione, di carattere generale, riguarda indubbiamente il dato organizzativo che risalta con chiarezza dalla documentazione. Si legge infatti una sequela di soggetti, quasi tutti titolari di piccole e medie imprese, sottoposti a richieste estorsive.
In effetti, il primo dato, di estrema rilevanza, è costituito da un documento (…) che riporta in epigrafe la dizione “Nuovi” e contiene una elencazione di 31 esercizi commerciali (il primo di essi è il Ristorante Charly), alcuni dei quali contrassegnati con un asterisco. Si tratta all’evidenza di un programma estorsivo in fieri, ove gli asterischi simboleggiano, con estrema probabilità, l’avvenuto inoltro della richiesta o – addirittura – la riscossione della somma. Il secondo, documento, è costituito da un foglio a quadretti, formato A4. Contiene una serie di informazioni sensibili che costituiscono una vera e propria programmazione di attività estorsive o comunque di interventi in relazione a lavori, per lo più edili, intrapresi sul territorio di influenza del gruppo, che spazia da Sessa Aurunca a Castelvolturno. Vi si leggono riferimenti del tipo “Massimo (h)a mandato un suo amico x un lavoro a Sessa a ottobre intorno al 1.000.000,00. Di Caprio deve fare il ponte”; oppure “Panificio Polverino porta sulla Domitiana e vuole mettersi a posto. Dà il 10% sulla vendita”. Compaiono, ad onor del vero, anche inquietanti croci su alcuni nominativi, in concomitanza con l’annotazione di imprenditori che «non danno niente» e molto più rassicuranti asterischi accanto ad annotazioni di acconti ricevuti. Sino a questo punto si tratta, né più, né meno, che di una rozza contabilità criminale, di un prospetto, sintetico ma chiaro, delle entrate del clan criminale Setola in un dato momento storico, dovute proprio a quel meccanismo di contribuzione obbligata imposto agli imprenditori della provincia casertana, al quale la vera e propria strategia del terrore intrapresa dal gruppo ha sempre mirato sin dal primo momento. Se peraltro si considera che il capo del gruppo risulta tuttora latitante e come lo stesso abbia attuato una programmazione criminale rigorosamente verticistica (la fonte Spagnuolo rivela inoltre che Setola ha attuato il controllo diretto della gestione delle casse sociali), appare chiaro che la documentazione contabile rinvenuta costituisca la minima parte di quella detenuta dagli artefici del piano criminale. I manoscritti, rinvenuti in occasione degli arresti presso i covi dei latitanti riportano i nominativi di alcuni imprenditori sottoposti ad estorsione con l’ammontare delle rate o comunque della somma ancora da versare. Spesso, sia pur in forma sintetica, è quindi in qualche modo annotato anche il sistema di contribuzione speciale concordato con l’imprenditore, che costituisce un tratto di riconoscibilità del rapporto estorsivo e, sotto un diverso profilo, anche il primo criterio di valutazione dell’attendibilità delle dichiarazioni di chi, esattore o persona offesa, a tale rapporto fa riferimento (…) L’attendibilità del documento è stata riconosciuta dal collaboratore di giustizia Oreste Spagnuolo il quale ha, per così dire, confermato tanto il contenuto intrinseco della documentazione (ossia che le richieste estorsive fossero reali), che l’estrinseco ossia la possibilità di attribuzione di alcuni documenti al pugno di Giuseppe Setola. Evidenza peraltro pienamente corroborata dalla stessa firma - “Peppe” - riportata sul documento. Osservando infatti solo alcuni documenti sequestrati in occasione degli arresti del 30 settembre scorso, si evidenzia come gli stessi sia agevolmente ascrivibili proprio a Setola (tra questi si sottolinea, per la sua rilevanza probatoria, il mandato estorsivo scritto sequestrato rivolto ad una comunità locale, verosimilmente dedita allo spaccio, “pizzino” nel quale “Peppe” – identificabile in Peppe Setola, ancora latitante - dava disposizioni ai suoi uomini di farsi dare “i soldi” dagli “sporchi neri” o – alternativamente – farsi consenare un chilo di droga…). Del tutto analoga è una seconda documentazione, pure rinvenuta in possesso degli arrestati. Anche in questo caso il documento rappresenta una vera e propria conta-bilità del gruppo criminale Setola. In una prima colonna si leggono alcune indicazioni (si tratta di 23 riferimenti) ancora relative ad imprenditori, come risulta chiaro dalla medesima lettura: è sufficiente considerare le prime voci: «Fabbrica Alisana; Fabbrica Lecce; Gelati; Archicolor; Barone; Caseificio Cost., Fabbrica Pellecchia» ecc. In una colonna più stretta, posta alla destra della prima, si legge la rateazione, indicata dal simbolo di moltiplicazione seguito dal numero di rate: ad esempio «X3» o «X2». Infine, in una terza colonna, si legge l’ammontare delle singole rate richieste alle imprese, che spaziano dai 7500 agli 800 euro per rata. Talvolta vi sono specificazioni che riguardano taluni periodi dell’anno nei quali – come di consueto – debbono essere corrisposte le rate (“Pasqua, Natale, gennaio, luglio, agosto e dicembre”). La dimostrata connessione tra la documentazione contabile sequestrata e l’azione estorsiva, connotata da modalità violente, si rilevava esaminando il documento sul punto afferente al caseificio “Olimpico”, laddove si rileva come alla voce “caseificio olimpico” sia riportato prima un punto interrogativo, quindi la dizione “X3” quale conferma del pagamento: tale annotazione risultava perfettamente in linea con l’attuazione dell’intimidazione armata del 18 settembre ai danni dell’azienda casearia “Olimpico” mediante l’uso di kalashnikov, riferita proprio dallo Spagnuolo come attuata da alcuni componenti del gruppo da questi partecipato».
Quello stesso giorno, la polizia di Caserta è impegnata nella cattura di altri esponenti del clan dei Casalesi, tra cui Giuseppina Nappa, moglie del boss Francesco Schiavone detto «Sandokan», mentre la guardia di finanza porta a conclusione il sequestro di beni attribuiti al clan (aziende, soprattutto allevamenti di bufale e per la produzione del latte, una gioielleria, due impianti di distribuzione di carburanti, terreni, scuderie di cavalli, immobili, ecc.). Tra gli arrestati di questo filone ci sono anche un avvocato, ritenuto prestanome del clan, e quello che viene indicato come il ragioniere dell’organizzazione, Vincenzo Schiavone soprannominato «Copertone» per la sua abilità a far sparire i cadaveri nelle fiamme alimentate appunto dalle gomme delle auto. A «Copertone» la polizia ha sequestrato un computer con una serie impressionante di dati sulle estorsioni e sugli stipendi versati dal clan agli affiliati, alle vedove e ai familiari dei detenuti. Un sistema di «cattura» del consenso alimentato da estorsioni a tappeto, come quelle di cui furono vittime i fratelli Orsi e gli imprenditori impegnati nella realizzazione della Ferrovia Alifana.
(Tratto dal libro "Attacco allo Stato", Forumitalia edizioni)

mercoledì 16 settembre 2009

Il regista dell'orrore - parte 2


[..] Oltre tre anni prima, un altro collaboratore di giustizia, Luigi Diana, aveva raccontato dell’ascesa – in seno al gruppo dei Bidognetti – di Giuseppe Setola.

L’omicidio di Raffaele Di Fraia o meglio le motivazioni di tale omicidio affondano le radici in una più ampia strategia del clan scissionista di cui io ero entrato a far parte. In particolare, come ho già accennato nell’ambito di precedenti interrogatori, vi fu una riunione nel corso della quale, noi scissionisti decidemmo di attaccare il clan Bidognetti, eliminando, per primi, gli elementi militarmente più pericolosi di tale clan. Si trattava di quattro persone ed in particolare di Giuseppe Setola, di Giuseppe Dell’Aversano, di Enrico Verde e proprio di Raffaele Di Fraia. In particolare, ricordo che questa decisione venne definitivamente presa nel corso di una riunione che si tenne a Casal di Principe in una casa di proprietà della nonna di Antonio Pompa. La casa era vuota e c’eravamo solo noi. In particolare, fra i vari partecipi, ricordo con precisione che c’erano presenti, oltre a me: Pasquale Apicella, Salvatore Cantiello, Sebastiano Panaro, Michele Zagaria, Cristofaro Dell’Aversano, Antonio Iovine, Antonio Del Vecchio, Antonio Mezzero, Orestino Reccia, il piccolo.
La giornata era particolare in quanto quando arrivai notai la presenza di dolci e champagne. Chiesi spiegazioni in merito e mi fu detto da Michele Zagaria, da Pasquale Apicella e da Salvatore Cantiello che quel giorno si festeggiava il “battesimo” mafioso di Antonio Del Vecchio. Per la verità, Antonio Del Vecchio era persona mal sopportata nel clan anche perché circolava la voce che fosse un confidente delle forze dell’ordine, tuttavia, essendo cugino di Francesco Schiavone junior; era sopportato ed addirittura era stato fatto, quel giorno, “uomo d’onore”. Proprio perché era mal sopportato, alla fine si “punse” da solo: nessuno voleva fargli da “padrino”. Gli fu detto, infatti, che il suo vero “padrino” era il cugino, Francesco Schiavone di Luigi, detto “cicciariello”, per cui nessuno poteva permettersi di sostituirlo. L’occasione per legalizzare Antonio Del Vecchio, che già militava da anni nel clan, era stata la sua partecipazione all’omicidio in danno di Giovanni Parente, il titolare di pompe funebri di Grazzanise (…) avvenuto un po’ di tempo prima di questa riunione ma non so precisare se si trattasse, temporalmente, di qualche settimana o qualche mese prima. Tornando alla suddetta riunione, venne esclusa la possibilità di ammazzare i figli di Francesco Bidognetti. Il gesto sarebbe stato troppo pericoloso perché avrebbe anche potuto determinare il pentimento di Francesco Bidognetti stesso (circostanza questa che in seguito realmente venne “notificata” al nostro gruppo dalla moglie di Francesco Bidognetti per il tramite di Paolo Bortone, detto “Masto Paolo”, che si recò dai fratelli Zagaria a specificare che Francesco Bidognetti, aveva detto che finché le cose rimanevano così, andava tutto bene, ma se si sarebbero toccati i suoi figli avrebbe “parlato”). Si pensò, allora, di uccidere, possibilmente in un’unica occasione, i quattro killer del gruppo Bidognetti che ho prima indicato e cioè Giuseppe Setola, Giuseppe Dell’Aversano, Enrico Verde e Raffaele Di Fraia. Ricordo che Michele Zagaria, che evidentemente voleva mettermi alla prova, mi disse di fare un incontro con i quattro predetti, ed in tale occasione tutti e quattro sarebbero stati ammazzati. Io spiegai a Michele Zagaria che, se era pur vero che ero stato molto amico di tutti e quattro i personaggi in questione, tuttavia non era pensabile, visto che oramai io ero passato con loro, che gli stessi accettassero di incontrarsi con me. Michele Zagaria prese atto della mia replica e, quindi, decidemmo tutti insieme di ammazzarne uno per volta, partendo o da Giuseppe Dell’Aversano o da Giuseppe Setola che si trovavano entrambi a Casal di Principe. Giuseppe Setola, tra l’altro, era particolare inviso sia a Michele Zagaria, in quanto sosteneva che era un infame, posto che, essendo parente di Salvatore Cantiello, non si era schierato con lui, sia agli Schiavone, posto che vi era stato, nel 1989, un attrito proprio fra Walter Schiavone e Giuseppe Setola il quale si era permesso di malmenare il figlio di Carmine Schiavone sulla cui testa aveva anche inferto dei colpi con il calcio della pistola. Ricordo che Walter Schiavone tirò anche degli schiaffi a Giuseppe Setola per punirlo per il suo comportamento nei confronti del figlio di Carmine Schiavone. Ma la cosa che irritò di più Walter Schiavone fu il fatto che, nonostante Giuseppe Setola si fosse impegnato ad andare a lavorare onestamente, si era, invece, aggregato al clan Bidognetti. Lo stesso Francesco Bidognetti aveva promesso a Walter Schiavone che prima o poi glielo avrebbe “dato”. Tornando agli agguati programmati, ricordo che alcuni giorni dopo la riunione venne avvistato Giuseppe Setola in compagnia di Aniello Bidognetti e Giuseppe Cristoforo, detto “capa bianca”. Fu il tunisino Ben Azur che mi telefonò dicendomi che ce li aveva proprio davanti sulla super strada in direzione di Parete. I tre erano in macchina, su una Peugeot 205. Io avvisai Michele Zagaria del fatto il quale mi spronò a fare una strage dicendomi testualmente: “Vai fagli venire la febbre a 40 al figlio di Bidognetti”, nonostante io gli avessi spiegato che Aniello Bidognetti se ne stava sparapanzato dietro, nell’auto, per cui sarebbe stato inevitabile uccidere anche lui e non solo Giuseppe Setola. La richiesta di Michele Zagaria mi parve irrazionale e, quindi, non ne tenni conto. Ancora in seguito, venne avvistato, non ricordo adesso se giorni o settimane dopo, Giuseppe Dell’Aversano a bordo di un’autovettura, tipo Opel Corsa, che teneva montato sopra un turbo. L’avvistamento venne fatto da mio cognato, Luigi De Vito e da Antonio Pompa.
(Tratto da "Attacco allo Stato", Forumitalia edizioni)

sabato 12 settembre 2009

Il regista dell'orrore - parte 1


Per gli inquirenti, la strategia stragista dei Casalesi ha un unico regista: Giuseppe Setola, nato a Santa Maria Capua Vetere il 5 novembre 1970. Con lui agiscono Alessandro Cirillo, Giovanni Letizia e Oreste Spagnuolo, tutti e tre catturati nel blitz del 30 settembre scorso, che ha portato in carcere oltre cento affiliati alla cosca di Casal di Principe. Oreste Spagnuolo si pentirà qualche giorno dopo la cattura e inizierà a raccontare ai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Napoli il ruolo e la figura del nuovo capo dei Casalesi.
Io sono stato affiliato con il gruppo Bidognetti nel 2000 e fui affiliato da Alessandro Cirillo quando iniziai a fare il giro per le estorsioni presso il litorale domizio; prendevo circa 2 milioni e mezzo di lire al mese.
Il mio gruppo ha sempre fatto capo a Francesco Bidognetti ed alle persone che lo rappresentano sul territorio. All’epoca della mia affiliazione, nel 2000, il referente del capo recluso era Alessandro Cirillo. So che in un periodo immediatamente antecedente alla mia affiliazione il capo era Giuseppe Setola ma questi fu arrestato proprio pochi giorni prima che io entrassi a far parte stabile del gruppo; prima ero soltanto una persona a disposizione ed ero impiegato secondo necessità. (…) Sono rimasto sempre legato al gruppo e prima dell’evasione di Peppe Setola il gruppo rimase gestito da Alessandro Cirillo, almeno fino all’inizio della sua latitanza, collegata al pentimento di Domenico Bidognetti; due giorni dopo la notizia del suo pentimento Alessandro Cirillo si rese latitante e la gestione del clan passò ad Massimo Alfiero e Emilio Di Caterino. Peppe Setola manteneva rapporti con il clan attraverso Nicola Alfiero ed ad un certo punto Setola, posto agli arresti domiciliari per un problema agli occhi, decise di evadere.
(…) Il clan, prima dell’evasione di Setola, si trovava in un periodo stagnante, e tutto cambiò con l’avvento di Peppe. Posso dire che Setola evase quando ritenne che la gestione del clan non lo convinceva, in particolare accusò Alessandro Cirillo di trattenersi parte delle somme destinate agli affiliati e di ciò fu informato dal suo fiduciario Massimo Alfiero. In un periodo, proprio per relazionarsi direttamente con Giovanni Letizia e con Massimo Alfiero, Setola procurò loro due telefoni cellulari dedicati proprio a trattenere i rapporti telefonici con lo stesso Setola. (…) Tornando alla narrazione, una volta che Peppe Setola evase (…) convocò Giovanni Letizia e Alessandro Cirillo, presente anche Massimo Alfiero. Quel giorno Setola prese il comando e dichiarò subito la sua intenzione di fare “a modo suo”; capimmo subito cosa intendeva. Per noi Setola era già un capo quando era detenuto e fu naturale che questi assumesse il comando. Setola è sempre stato il pupillo di Francesco Bidognetti, era noto nell’ambiente; anche Aniello Bidognetti era estremamente legato a Setola, erano amici di vecchia data. Giuseppe Setola evase nell’aprile di quest’anno. Creò un gruppo ristretto di persone ed assunse un atteggiamento estremamente autoritario; (…) La strategia di Setola fu evidente e questi decise di incutere il terrore sul territorio e di uccidere i familiari dei pentiti. Non dava alcune spiegazione delle sue determinazioni perché nessuno poteva avere alcun ruolo nelle sue decisioni; assunse un ruolo di massima autorità. Non vi era alcuna possibilità di discutere delle sue scelte e tutte le persone facenti parte del gruppo aderirono necessariamente alla sua volontà. Inizialmente il gruppo fu estremamente ristretto, in pratica costituito dalle persone libere facenti capo al clan Bidognetti. Il clan si strinse attorno a Setola e furono da questi scelti Alessandro Cirillo, Giovanni Letizia ed io: la scelta su di me cadde perché anche io ero latitante, così come Letizia e Cirillo, e trascorrevo la latitanza insieme a Letizia. Praticamente eravamo noi quattro a fare tutto ma ovviamente avevamo una rete di persone che agivano per noi, una dozzina di persone; alcuni di questi erano affiliati – stipendiati per poco meno di 2 mila euro al mese – ed altri erano semplicemente “a disposizione”, traendo profitto ed essendo legati al capo per amicizia e timore. (…) La cassa era gestita direttamente da Setola ed ammontava mediamente a 90 mila euro al mese, subendo le variazioni legate alle contingenze. Setola decise dunque di attuare questa strategia di terrore sul territorio e così si agì secondo i suoi ordini; non so dire quanto questa strategia fosse necessaria ma certamente il capo disse che era stata autorizzata dal capo detenuto, Francesco Bidognetti; ricordo in particolare che in un’occasione, pochi mesi fa, quando erano stati già consumati molti omicidi, il figlio di “Cicciotto”, Gianluca Bidognetti, ci disse – tornando da un colloquio - che non aveva mai visto il padre così contento come ora. Peppe Setola si occupava personalmente di far recapitare una quota destinata alla famiglia Bidognetti – ossia al padre Cicciotto ed ai figli Aniello e Raffaele, tutti detenuti – …
A Cicciotto venivano recapitati 5 mila euro mensili mentre ai figli Aniello e Raffaele venivano dati 3 mila e cinquecento euro ciascuno, corrisposti tramite le loro rispettive mogli…
(…) La strategia prevedeva di terrorizzare gli imprenditori, i familiari dei pentiti e scoraggiare futuri pentimenti(…)Setola voleva poi controllare il territorio e per questo decise di punire i cittadini albanesi ritenuti colpevoli di consumare i furti avvenuti nella zona di Castel Volturno e sulle zone da noi controllate; le vicende omicidiarie ai danni dei cittadini di colore si legavano invece alla volontà di imporre loro il versamento di una tangente sui traffici di droga, da costoro gestiti. Le zone da noi controllate erano Castelvolturno, Pescopagano, Destra Volturno, la Domiziana, Villaggio Coppola, Ischitella, Villa Literno, Lusciano, Parete, Trentola (…)
Setola agiva a volto scoperto; non si è mai preoccupato di un eventuale riconoscimento, anche quando noi gliene chiedevamo le ragioni; ci rispondeva che non gli fotteva niente e che noi “non facevamo gli orefici”. Disse anche che aveva già un ergastolo e non aveva niente da perdere.
(…) Noi abbiamo avuto la disponibilità di tre kalashnikov, due dei quali sono stati sequestrati ed il terzo è rimasto in possesso di Setola. Setola ha anche una pistola mitragliatore senza marca, forse di fabbricazione spagnola; è un’arma che somiglia ad un M12 ma è di dimensioni più piccole; dispone di un caricatore di 29 munizioni, cal. 9. (…) L’arsenale è stato sempre custodito nel luogo ove le armi sono state sequestrate.
Sia i tre kalashnikov (due dei quali sequestrati), sia il fucile a pompa – poi sequestrato - furono procurate da Massimo Alfiero. Sempre Alfiero procurò anche la cal. 9 che è stata sequestrata a casa di Cirillo e Letizia.
Ricordo che Setola ha parlato del fatto che cercava di procurarsi dell’esplosivo con un detonatore con telecomando; non mi ha spiegato cosa voleva farci ma diceva che era un modo facile per uccidere.

(Tratto dal libro "Attacco allo Stato", Forumitalia edizioni)

venerdì 11 settembre 2009

Sotto chiave l'impero dei Casalesi


Non c’è gruppo criminale, in Italia, che abbia subito così tanti attacchi sul fronte patrimoniale come i Casalesi: negli ultimi tre anni, la magistratura ha confiscato a capi e fiancheggiatori del clan beni per oltre 130 milioni di euro, soltanto sulla base delle informative del centro Dia di Napoli.
Altri quattrocento milioni sono stati sequestrati al termine di complesse indagini finanziarie, che hanno ricostruito provenienza e destinazione di fiumi di denaro sporco che gli uomini dell’organizzazione hanno investito in ogni forma di attività economica conosciuta: ristorazione, turismo, ecologia, finanza, grande distribuzione, edilizia.
Il record appartiene al blitz che ha portato al sequestro di un tesoro da 150 milioni di euro riconducibile a Gaetano Iorio, imprenditore nei settori dell’edilizia e del calcestruzzo. Gli uomini della Direzione investigativa antimafia sono riusciti, infatti, a dimostrare che in appena sei anni (dal 1999 al 2005), Iorio aveva accumulato ricchezze enormi e non giustificabili: quote societarie, aziende, appartamenti, conti correnti, polizze assicurative, mezzi agricoli, decine di auto di grossa cilindrata, impianti di produzione del cemento e betoniere.
Una struttura economica gigantesca, che operava in ambito regionale e nazionale, avvalendosi del «braccio militare» della cosca per distorcere le dinamiche della concorrenza e per abbattere ogni forma di opposizione al suo dominio sul mercato.
Settantotto milioni di euro è invece il valore dei beni confiscati all’avvocato Cipriano Chianese, imprenditore nello smaltimento rifiuti, con una solida reputazione di «uomo d’onore».
Grazie all’appoggio assicuratogli dalla camorra casertana, Chianese ha operato in regime di quasi monopolio nel settore, riuscendo ad ammassare una fortuna disseminata tra la Campania e il Lazio, nella quale figurano: l’azienda Resit (con gli stabilimenti e le discariche di Gricignano d’Aversa, Parete e Giugliano), la società Griciplast; dieci appartamenti tra Roma, Sperlonga e Caserta; un albergo a Formia, dieci appezzamenti di terreno tra Casagiove, Parete e Giugliano; oltre a titoli e contanti depositati in vari istituti di credito del Casertano che da soli valgono circa venti milioni di euro.
Nel decreto di confisca del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, si legge che «sono stati raccolti significativi elementi per ritenere che Cipriano Chianese abbia agito quale intermediario, trasportatore e smaltitore dei rifiuti illecitamente conferiti nel territorio campano, nell’interesse patrimoniale del clan dei Casalesi; che abbia fatto da tramite tra i singoli partecipanti e i vertici del clan, sfruttando illecitamente i mandati difensivi allo scopo conferiti; che abbia finanziato il sodalizio con periodiche ed ingenti elargizioni di denaro, stipulando – altresì – patti elettorali con i capi-zona dell’organizzazione, diretti a condizionare il voto e a sostenere la propria candidatura a fronte della promessa di un impegno nella realizzazione di un disegno politico favorevole agli interessi dell’organizzazione mafiosa».
La strategia di investimento della cosca, però, non si ferma ai soli insediamenti industriali, ma copre un intero ventaglio di opzioni: c’è chi ha deciso di investire nel «mattone», chi nei servizi finanziari alle imprese e chi nelle strutture ricettive. Come, ad esempio, ha fatto il boss casalese Francesco Borrata, al quale è stato confiscato un intero complesso turistico, che si trova a Castelvolturno, del valore di circa sette milioni e mezzo di euro: si tratta dell’hotel «Royal Domitio», che si sviluppa su tre livelli, con 37 stanze, una hall, due sale ristoranti per circa 300 coperti, una discoteca e una piscina.
Non più fortunato è stato il cugino del boss «Sandokan», Saverio Paolo Schiavone, a cui lo Stato ha strappato beni per cinque milioni di euro, tra cui quindici terreni, due fondi rustici, un appartamento e un fabbricato rurale di oltre mille metri quadrati, a cui si accede attraversando un enorme cancello su cui campeggia la lettera «S» di Schiavone e sul quale campeggia la testa scheletrica di un bufalo. Al famigerato padrino Francesco Bidognetti, soprannominato «Cicciotto ‘e mezzanotte», sono stati confiscati invece due aziende bufaline, un appezzamento di terreno, presso Santa Maria la Fossa e un fabbricato a Casal di Principe, del valore di circa due milioni di euro.
Quelli che avevano deciso di riciclare i capitali illeciti del clan grazie all’edilizia residenziale sono stati i «luogotenenti» casalesi Carmine Matuozzo e Otello, Filippo e Raffaele Capaldo, esponenti del gruppo capeggiato dal boss Michele Zagaria, al quale gli «007» della Dia hanno sequestrato 22 appartamenti, 9 aziende, conti correnti e auto di lusso, per un valore di circa ventitré milioni di euro.
(Tratto dal libro "Attacco allo Stato", Forumitalia edizioni)

mercoledì 9 settembre 2009

Bazooka contro gli investigatori


I capi latitanti dei Casalesi «avrebbero minacciato di morte alcuni investigatori, ipotizzando anche attentati in danno di uffici investigativi. Tali messaggi appaiono, allo stato, non privi di fondamento». È l’allarme contenuto nella circolare che, agli inizi di agosto, i ministeri dell’Interno e della Difesa hanno diramato a questure, comandi dei carabinieri e squadre speciali delle forze dell’ordine che si occupano del temibile clan casertano. La cosca, secondo le informazioni in possesso dei servizi di sicurezza, avrebbe progettato l’uso di armi da guerra e, in particolare, di potenti «lanciarazzi» contro gli apparati inquirenti che, da almeno un anno a questa parte, stanno lavorando per smantellare le ali militare ed economica della holding criminale. Nel mese di luglio, infatti, un carabiniere della compagnia di Casal di Principe aveva ricevuto, sul proprio telefono cellulare, cinque sms di minacce provenienti, secondo gli investigatori, proprio da esponenti della criminalità organizzata cittadina.
Si ripeterebbe, in pratica, quella stessa folle tattica dell’orrore che sperimentarono i Corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano agli inizi degli anni Novanta, quando la conferma in Cassazione delle condanne del primo maxi-processo mise in seria difficoltà la commissione regionale di Cosa nostra, obbligandola a difendersi attaccando. Anche per i Casalesi, si è ipotizzato un collegamento tra l’escalation di violenza in Terra di Lavoro e la sentenza d’appello «Spartacus», che ha confinato all’ergastolo i padrini del vecchio gruppo dirigente, a due dei quali – Francesco Sandokan Schiavone e Francesco Bidognetti – è stato recentemente inasprito il regime di carcere duro con l’isolamento totale per sei mesi. All’origine del provvedimento, si legge nel documento del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, l’accusa di «non aver impedito la mattanza realizzata negli ultimi mesi dal clan di Casale, che ha portato avanti una strategia del terrore, uccidendo anche testimoni e collaboratori di giustizia». Un particolare che, dunque, collega in un flusso mai interrotto di informazioni e di direttive i padrini detenuti e il resto dell’associazione, attribuendo la paternità degli attentati di questi ultimi mesi a decisioni congiunte di boss ergastolani e super-latitanti. I quali ultimi, adesso, avrebbero ipotizzato la sfida diretta al cuore dello Stato.
(Tratto dal libro "Attacco allo Stato", Forumitalia edizioni)

martedì 8 settembre 2009

La strategia del terrore


Il 2008 è stato l’anno dell’offensiva dello Stato contro il clan dei Casalesi, la mafia rurale che si annida nelle lande brulle della provincia di Caserta. Smantellata dalle indagini della magistratura e messa all’angolo dalle inchieste patrimoniali che hanno portato al sequestro, e alla successiva confisca, di veri e propri imperi milionari, la cosca ha risposto alzando il tiro, minacciando di uccidere pm e investigatori impegnati in prima linea con i lanciarazzi di fabbricazione russa.
Decine e decine di arresti sono stati compiuti in questi mesi a conclusioni di complesse operazioni investigative che sono andate a colpire le ali militare ed economica dell’organizzazione. Eppure, il colpo di coda della «bestia» ferita è riuscito a inquietare un intero Paese; in poco meno di cento giorni, i Casalesi – vecchi e nuovi – hanno cercato di portare a termine una feroce «pulizia etnica» che ha colpito, senza distinzioni di sorta, donne e anziani, imprenditori e immigrati, tutti colpevoli – a loro modo – di essere imparentati con i collaboratori di giustizia e di aver osato ribellarsi al loro potere.
È una lunga scia di sangue e di attentati quella su cui la procura antimafia di Napoli, guidata da Franco Roberti, sta indagando: una fila ininterrotta di lapidi e di proiettili che hanno portato all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale la ferocia e la determinazione di un manipolo di camorristi, pronti a tutto pur di affermare il proprio dominio in zona.
Scrivono i magistrati: «L’esecuzione di più agguati insieme nelle ore notturne con esplosione di centinaia di colpi di kalashnikov nei confronti di discoteche, supermercati, negozi di arredamento in varie zone del territorio di Catelvolturno e limitrofo di pertinenza dell’ala bidognettiana del clan dei Casalesi, alternati ad omicidi di parenti di collaboratori di giustizia e di imprenditori con un passato da denuncianti, avvalorano il quadro indiziario via via formatosi e soprattutto non lasciano più dubbi sulla unicità del progetto camorristico-mafioso seguito dal gruppo operante sul territorio e sulla esistenza di un forte vincolo quasi ideologico tra gli affiliati. Appare, infatti, sufficiente leggere quanto emerso nelle informative di reato relative alle stragi di Castelvolturno dell’agosto e del settembre per comprendere come il gruppo di fuoco risponda ad una precisa logica criminale e che tutte le attività delittuose siano avvinte tra loro e finalizzate a rafforzare il predominio sul ter-ritorio ed a garantire la vita e lo sviluppo dell’organizzazione criminosa. La potenzialità delle armi adoperate e la spregiudicatezza nell’eseguire anche i più efferati delitti rappresentano sicuri indici sintomatici della esistenza di una organizzazione mafiosa nella quale ogni soggetto svolge un compito ben preciso e risponde ad un comando forte, carismatico e spregiudicato tanto da incutere terrore anche negli stessi accoliti».
Ad agire, secondo le risultanze investigative, è una «costola» del clan Bidognetti, capeggiata da Giuseppe Setola, uomo di fiducia del boss ergastolano, Francesco Bidognetti. Contando su un gruppo di «fedelissimi», Setola avrebbe imposto una strategia «terroristica» nella zona controllata dalla cosca (litorale domizio e aree a ridosso tra le province di Napoli e di Caserta) con attentati e delitti a ripetizione.

2 MAGGIO 2008
Umberto Bidognetti, 69 anni e nessun precedente, viene ammazzato con tredici colpi di arma da fuoco, l’ultimo dei quali diretto alla testa. I killer entrano in azione alle 6 del mattino, all’interno dell’azienda bufalina «Sementini», che l’uomo – papà di Domenico Bidognetti, camorrista pentito – ha preso in gestione da qualche mese. La struttura si trova a Castelvolturno, nel cuore del «feudo» del boss Francesco Bidognetti, nipote della vittima e cugino del collaboratore di giustizia.
Umberto Bidognetti aveva fatto appena in tempo a cambiarsi gli stivali e a entrare nel deposito di mangini, quando è stato sorpreso dai due sicari che hanno aperto il fuoco. Poco lontano, due tunisini che lavorano nell’azienda si sono trovati a osservare la fuga del commando, in sella a una potente motocicletta. Ma i loro ricordi si sono fermati lì: al rombo dei motori e alla nuvola di polvere alzata dalle ruote.
Gli assassini hanno perseguito “un duplice obiettivo”, dirà qualche ora dopo il procuratore aggiunto Franco Roberti, coordinatore della Direzione distrettuale antimafia. “L’agguato rappresenta cioè un segnale di ricompattamento dell’organizzazione destinato sia ai detenuti sia ai latitanti per dire: siamo qui e controlliamo ancora noi il clan dei Casalesi; dall’altro lato l’omicidio è un segnale di dissuasione nei confronti di chi volesse intraprendere la strada della collaborazione con la giustizia”. Umberto Bidognetti aveva rinunciato al programma di protezione e si era pubblicamente dissociato dal figlio.

16 MAGGIO 2008
Domenico Noviello è il titolare di un’autoscuola a Castelvolturno: viene ammazzato mentre è alla guida della sua «Panda», alla rotonda di Baia Verde. Nel 2001 aveva denunciato un tentativo di estorsione da parte del clan dei Casalesi: la sua testimonianza aveva portato alla condanna di tre camorristi, tra cui i fratelli Alessandro e Francesco Cirillo. La vittima riesce ad accorgersi dell’arrivo del commando e a scappare, mentre i sicari aprono il fuoco. La sua fuga termina a una decina di metri dall’auto, abbandonata ancora con il motore acceso: i killer raggiungono l’uomo e lo abbattono con venti colpi di pistola.

30 MAGGIO 2008
Francesca Carrino ha 25 anni ed è nipote di Anna Carrino, l’ex compagna del boss Francesco Bidognetti che ha deciso di collaborare con la giustizia. Si salva per puro miracolo dall’azione di fuoco dei killer della camorra, che si presentano sotto casa della nonna, a Villaricca, a bordo di un’auto con lampeggiante qualificandosi come agenti della Direzione investigativa antimafia di Napoli. Appena la giovane apre la porta dell’abitazione, partono i proiettili. Almeno dodici, ricostruiranno gli inquirenti. È una pioggia di fuoco da cui la vittima designata riesce a liberarsi solo grazie alla prontezza di riflessi con cui sbatte la porta in faccia agli assassini.
Francesca Carrino finirà ricoverata in ospedale con due colpi di pistola nell’addome.

1 GIUGNO 2008
La vita di Michele Orsi termina in una pozza di sangue, a pochi metri da casa, all’interno del «Roxy Bar», a Casal di Principe: i killer lo freddano con un colpo alla testa esploso da distanza ravvicinata. Imprenditore coinvolto in una inchiesta della Direzione distrettuale antimafia sul business dei rifiuti, Orsi decide di raccontare la propria verità ai magistrati dopo l’arresto e di svelare i rapporti contaminati tra la camorra e l’industria dell’ecologia. Non è un pentito nel senso tecnico del termine, ma il suo contributo di conoscenze è assai apprezzato dagli inquirenti, tant’è che quando lo ammazzano, il procuratore aggiunto Franco Roberti lo definisce «il Salvo Lima della camorra casertana», aggiungendo, inoltre: «Gli omicidi eseguiti dai Casalesi negli ultimi tempi sono tutti molto gravi, ma, se è possibile fare una graduatoria, si può affermare che quello di Orsi è di una gravità inaudita”.
Alcune settimane prima dell’attentato, erano stati esplosi alcuni colpi di pistola contro l’abitazione della vittima. Avvertimento a cui la Procura antimafia di Napoli aveva prestato grande attenzione, segnalando la situazione di pericolo di Orsi alla Prefettura di Caserta e ai locali organi di polizia giudiziaria. Ma all’uomo non era stata assegnata alcuna forma di protezione, o di tutela.

11 LUGLIO 2008
Ucciso per non aver voluto pagare il pizzo e per lanciare un segnale ai commercianti e ai piccoli imprenditori del litorale desiderosi di seguire il suo esempio: è questo il duplice movente dell’agguato a Raffaele Granata, 70 anni, padre del sindaco di Calvizzano. I killer lo ammazzano all’interno dello stabilimento balneare «La Fiorente», a Marina di Varcaturo. L’uomo nel 1992 aveva mandato sotto processo alcuni estorsori del clan dei Casalesi, che gli avevano imposto la «tassa della tranquillità» e, due giorni prima dell’agguato, aveva ricevuto la visita di due estorsori – Luigi Ferrillo e Giuseppe Gargliardi, successivamente arrestati – per il pagamento della tangente estiva.

4 AGOSTO 2008
Due immigrati albanesi, Ziber Dani e Arthur Kazani, vengono affrontati da cinque killer a volto coperto mentre si trovano davanti a un bar, a Castelvolturno: il primo muore mentre è ancora seduto (i carabinieri lo ritrovano con la testa bucata dalle pallottole riversa sul tavolino del locale), il secondo – invece – riesce a scappare per un centinaio di metri, ma viene raggiunto e abbattuto con dieci colpi di pistola alla schiena, più quello finale alla testa. Secondo le prime indagini, i due avevano avviato una attività di spaccio senza il permesso del gruppo camorristico sul litorale domizio.

18 AGOSTO 2008
Sei killer, a bordo di un furgone bianco e di una moto, arrivano in via Battisti, a Castelvolturno, e sparano su un gruppo di stranieri, che si trova su un balcone poco distante, ferendone quattro. L’agguato viene registrato dal circuito di telecamere del villino di Teddy Egonwman, presidente dell’associazione dei nigeriani campani, che da tempo si batte contro lo spaccio di droga nella zona e il traffico di esseri umani.

21 AGOSTO 2008
Ramis Doda, 25 anni, originario di Diber, in Albania, si trova davanti alla sala giochi «Freedom» quando due sicari lo affrontano armi in pugno e lo uccidono davanti a decine di ragazzi.

12 SETTEMBRE 2008
Ernesto Fabozzi e Antonio Ciardullo, quest’ultimo titolare di una ditta di trasporti, vengono ammazzati mentre si trovano all’interno di un’autofficina, a poca distanza dal cimitero di San Marcellino. I due, secondo le ricostruzioni degli inquirenti, sono stati sorpresi alle spalle dai sicari e freddati con almeno venti colpi di pistola. Ciardullo aveva piccoli precedenti per gioco d’azzardo.

15 SETTEMBRE 2008
Alle 21,30, sulla strada provinciale che da Trentola Ducenta porta a Ischitella, il commando camorrista apre il fuoco contro l’abitazione del proprietario della discoteca «Millennium». Sono esplosi oltre cinquanta colpi di kalashnikov.

16 SETTEMBRE 2008
Alle 3,50 del mattino, in via Aversa di Villa Literno, la saracinesca del supermercato «Md» viene bucata da una sventagliata di mitra

17 SETTEMBRE 2008
A mezzanotte, in viale Liberta, a Lusciano, un commando, arrivato a bordo di una «Fiat Punto», munita di lampeggiante, esplode numerosi colpi di fucile mitragliatore contro le vetrine del mobilificio «Aversa».

18 SETTEMBRE 2008
All’una del mattino, venivano esplosi colpi di fucile mitragliatore contro il caseificio «Olimpica», a Lusciano.

18 SETTEMBRE 2008
La mattanza di San Gennaro: sei immigrati di nazionalità nigeriana muoiono sotto un centinaio di colpi di kalashnikov, esplosi dai componenti del commando assassino a Castelvolturno. Un’altra vittima, l’italiano Antonio Celiento, titolare di una sala giochi a Baia Verde, viene massacrata dagli stessi sicari qualche ora prima. Il movente della strage non è chiaro, per qualcuno si tratterebbe di un avvertimento alla mafia «nera» per la gestione del traffico di stupefacenti sul litorale domizio, ma troppe cose non tornano. L’uccisione di Celiento, invece, rientrerebbe in un regolamento di conti tutto interno alla cosca casalese, a cui l’uomo sarebbe appartenuto. Il giorno dopo l’agguato, si scatena l’inferno: un migliaio di africani scende in piazza a protestare e per chiedere più tutela dallo Stato italiano. I reparti mobili di polizia e carabinieri, in assetto anti-sommossa, fronteggiano a malapena l’ondata di manifestanti che si snoda lungo la Domiziana. È un caso che infiamma le comunità di immigrati di tutto il Paese e che scuote le coscienze degli italiani, tanto che i magistrati della Procura napoletana antimafia parlano apertamente di modalità terroristiche.

2 OTTOBRE 2008
Lorenzo Riccio, ragioniere di una ditta di pompe funebri di Giugliano, viene freddato a colpi di kalashnikov: per gli inquirenti è una vendetta dei Casalesi nei confronti del titolare dell’azienda, che negli anni Novanta aveva denunciato alcuni camorristi per il «racket del caro estinto».

5 OTTOBRE 2008
Un altro parente di un pentito trucidato dai killer del clan: si tratta di Stanislao Cantelli, 69 anni, zio dei pentiti Luigi e Alfonso Diana, ammazzato a Casal di Principe intorno alle 9 del mattino, davanti a un circolo ricreativo. I killer sono entrati in azione tra la gente, esplodendo in totale 14 colpi di pistola. I nipoti della vittima, alcuni giorni prima dell’agguato, avevano contribuito con le loro dichiarazioni a far scattare una maxi-retata nei covi dell’organizzazione che aveva portato all’arresto di centosette persone.
(Tratto dal libro "Attacco allo Stato", Forumitalia edizioni)