martedì 11 agosto 2015
martedì 14 luglio 2015
lunedì 15 giugno 2015
giovedì 4 giugno 2015
martedì 2 giugno 2015
martedì 6 settembre 2011
Intervista a Luigi Giuliano

Gian Marco Chiocci
Simone Di Meo
“Loigino è morto, Loigino non c’è più. Adesso c’è Luigi, un uomo di sessant’anni che ha vissuto mille vite, ha conosciuto il male e l’ha fatto ma che aspetta di avere una chance per ricominciare daccapo ora che ha sorseggiato l’attesa e pagato il conto”.L’incontro con Luigi Giuliano, il super-pentito della camorra napoletana, avviene in una località protetta, dove l’ex capo dei capi della Cupola è stato trasferito da un drappello delle forze dell’ordine del Servizio centrale di protezione. Giuliano arriva all’appuntamento in tenuta sportiva e la prima cosa che si nota sono gli occhi azzurrissimi che, al tempo della guerra contro la Nco di Raffaele Cutolo, gli valsero il soprannome di “boss dagli occhi di ghiaccio”.
In realtà, Giuliano era conosciuto anche con un altro nickname, che dava il senso del potere e della forza del suo gruppo, il gruppo dei forcellesi: ’o re. Il re.
“Eppure, la mia vita poteva essere diversa”, spiega oggi, mentre apre il borsone che si è portato dietro, colmo all’inverosimile di carte e fascicoletti su cui mantiene un impenetrabile riserbo: “Cose mie, cose mie… forse ne parliamo alla fine della chiacchierata…”.
E riprende: “La mia vita, dicevo, poteva essere diversa. Da giovane volevo fare l’attore, andai pure a Cinecittà per un provino. La mia storia poteva essere come quella di Sophia Loren, ma poi il destino ha scelto un altro percorso per me. Insieme a Giuseppe Misso (feroce capoclan del rione Sanità, anche lui passato a collaborare con la giustizia, ndr) recitavamo Shakespeare davanti allo specchio. I nostri amici ci incitavano, ci dicevano che eravamo bravi, che dovevamo scegliere l’arte piuttosto che la strada. Allora, sembrava che davvero potesse avverarsi questo sogno, invece”.
Invece arrivano i morti, il sangue, le sparatorie, le vendette e i soldi. Soldi a palate, che alimentano la leggenda sulla famiglia malavitosa di Forcella: le feste con Diego Armando Maradona, i viaggi all’estero, il lusso sfrenato per abiti, auto e appartamenti. I Sopranos del centro storico di Napoli sono i padroni della città, tra gli anni Ottanta e Novanta. Possiedono negozi, ristoranti, night club. Luigino è il sovrano indiscusso del crimine campano. Controlla un clan che fattura decine di miliardi all’anno con droga, estorsioni, prostituzione, usura, totonero, contrabbando di sigarette.
“Ma anche allora sentivo dentro di me una vena artistica. All’inizio scrivevo poesie, ho pure pubblicato un libro che s’intitola ‘Le ciliegie del dolore’, poi mi sono dato alla musica”.Luigi Giuliano è l’inventore dei neomelodici della prima generazione, compreso Gigi D’Alessio. Dice di avergli fatto da talent scout, da finanziatore e da paroliere. “Oggi più che le rime amo le note. Ho deciso di cimentarmi con un mondo che non è quello in cui si imbraccia un fucile, ma si impugna una penna”.
Passando sotto l’ala protettiva dello Stato, Giuliano cambia identità e si diploma in musica. “Ho cominciato con le canzoni in napoletano, ma voglio scrivere in italiano”, confessa. “Per scrivere canzoni non basta il talento, c’è bisogno di studio, tanto studio”. Ciò non gli ha impedito, al tempo della sua dittatura criminale su Napoli, di firmare uno dei testi più famosi in città, che ancora oggi ragazzotti abbronzati in cerca delle prime storie d’amore con coetanee sculettanti fischiettano nei rioni-ghetto. La canzone si chiama “Chill va pazz pe te”.
“E davvero io vado pazzo per Napoli, io soffro nel vederla così abbrutita, dilaniata moribonda. Voglio lancare un allarme per la vita dei napoletani: se anche da noi si verificasse un terremoto come quello dell’Aquila, ci sarebbero non centinaia ma migliaia di morti. I palazzi che sono stati costruiti o ristrutturati dopo il sisma del 1980 sono marci. In quegli anni è stato fatto un macello con la ricostruzione. Non c’è sicurezza in quegli edifici. Ma qualcuno si è mai chiesto perché, ogni tanto, a Napoli si sbriciola un palazzo?”.Giuliano inforca le lenti e si rigira una penna tra le mani. “Io sono pronto a dare la vita per i bambini di Napoli. Devono capire che c’è un altro futuro per loro. Possono diventare artisti, possono diventare medici. Possono diventare calciatori, possono diventare come Quagliarella (Fabio Quagliarella, il calciatore napoletano che gioca nella Juve, ndr) ma è necessario che qualcuno li aiuti. Costruire una piscina, un campetto di calcio dove farli giocare già sarebbe un successo. Un giovane della Sanità o di Forcella viene guardato con sospetto dalla società, vive nella perenne emarginazione. Per questo, poi, per avere una stupida rivincita sulla vita e sugli altri, prende un fucile in mano”. Racconta di sé: “Io sono un uomo cambiato, ormai. Ed è cambiata la mia capacità artistica, anche. Sono iscritto alla Siae dal 1992 e ho depositato un’ottantina di canzoni. Scrivo di getto e leggo di continuo per arricchirmi di nuove parole, di nuove sensazioni.
Vorrei trasformare questa mia passione nel mio futuro lavoro; però, per riuscirci, lo Stato deve potermi affiancare un musicista, per lavorare fianco a fianco e poter costruire così delle canzoni”. Guardando indietro, l’ex capo dei capi aggiunge: “Ho consegnato tutti i miei averi allo Stato e non ho tesori nascosti. Ho sulle spalle 33 anni di galera, ma non ho vergogna a dire che voglio vivere di canzoni. A sessant’anni si può cambiare. Voglio dare una sterzata agli ultimi anni della mia vita, perché ogni volta che mi guardo indietro vedo cento, mille Luigi Giuliano, uno diverso dall’altro. Sono tanti me stesso, che però non riconosco più. Ho rovinato tante famiglie. Ho ordinato tante morti, tante altre persone le ho uccise personalmente, per questo oggi posso dire che il codice d’onore della mafia e della camorra è merda. Che onore è sciogliere un bambino nell’acido, uccidere un innocente? Ho conosciuto in galera uomini, come si chiamano loro, d’onore che hanno partecipato alle stragi di mafia, che hanno ucciso Falcone e Borsellino e che fanno i confidenti degli agenti di polizia penitenziaria. È questo il senso del loro onore?”.L’ultima domanda è per quei documenti nel borsone: “Ah, già, le carte. Sono gli appunti per un libro sulla vera storia di Napoli e sulla vera storia di Luigi Giuliano. Mi sa che prima o poi troverò qualcuno con cui scriverlo…”.(pubblicato su "Il Giornale" il 17 luglio 2011)
mercoledì 1 dicembre 2010
Contro-inchiesta/4 - Il ruolo della politica nei rifiuti
Quando si parla del ruolo della politica, nell'emergenza rifiuti in Campania, e del comodo uso della criminalità organizzata per diluirne le responsabilità davanti all'opinione pubblica, bisogna essere particolarmente attenti a non aderire, in maniera preconcetta, al falso sillogismo che recita: se la camorra fa affari con l'immondizia, e l'immondizia invade le città, allora quella è l'immondizia della camorra. Piuttosto, sarebbe corretto dire che quella è l'immondizia che fa gola alle cosche. Perché, come dimostrato da tante indagini della magistratura, la camorra approfitta dello stato di crisi, non lo genera. Paradossalmente, la camorra offre soluzioni con impianti di stoccaggio, discariche e camion per il trasporto. Il tutto, naturalmente, ben nascosto dietro società, carte protocollate e fatture al di sopra di ogni sospetto. E, quando non lo sono, al di sopra di ogni sospetto, una robusta bustarella aiuta aiuta a digerire tutto. A generare l'emergenza, sono sempre e comunque le inefficienze della politica e delle Amministrazioni locali, a tutti i livelli. Come dimostra la circostanza, riportata non senza clamore dalla stampa cittadina, che nel 2009, erano ben sessanta i Comuni della Campania (di cui venti solo nella provincia di Napoli) inadempienti sul fronte della raccolta e dello smaltimento della differenziata. E si tratta di una statistica che, nel 2010, sarà sicuramente peggiorata. La raccolta differenziata, si sa, è uno dei punti cardine di una corretta e funzionale gestione del ciclo dei rifiuti, perché se non si riesce a selezionare e limitare all'origine, dunque, nel cestino di casa, la quantità e la qualità dei rifiuti che poi dovranno finire in discarica, allora c'è ben poco da fare. Il capoluogo, su questo punto, versa in una situazione disastrosa, con il 18 per cento appena, ben lontana dagli standard richiesti dalla legge (65% entro il 2012) e sventolati, come miracolosamente raggiungibili dal centrosinistra napoletano.
D'altronde, che al Comune di Napoli – retto dall'ex ministro dell'Interno, Rosa Russo Iervolino – ci sia un inquietante livello di superficialità e di pressappochismo, nell'affrontare tematiche legate all'ambiente e alla sanità, lo dimostra il fatto che tra Amministrazione comunale e Asìa, la società che si occupa, in città, della raccolta e dello spazzamento, non è mai stato formalizzato un contratto di servizio, ovvero quel documento che mette, nero su bianco, gli obblighi dei contraenti e le relative sanzioni. Se, ad esempio, il Comune di Napoli decidesse di contestare all'Asìa un qualsiasi disservizio, non ci sarebbe alcuna multa da pagare perché il contratto non esiste. C'è solo una bozza che non è mai stata portata in consiglio comunale e votata. E questo da un bel po' di anni, almeno dal 2003. In pratica, siamo davanti a una società che opera, nel settore dei rifiuti, per il terzo Comune d'Italia in maniera più o meno abusiva.
Sarà stata una dimenticanza? Mah, diciamo di sì. Diamo credito a chi, centrodestra e centrosinistra napoletani, ammette di non aver dato il giusto peso a questa inspiegabile dimenticanza. Che cosa dire, però, del caso di Camigliano, un paesino di 2mila anime in provincia di Caserta, dove il Comune è stato sciolto malgrado avesse raggiunto il 65 per cento di raccolta differenziata? L'unica risposta è l'ottusità della burocrazia e la miopia della politica, perché punire un Ente virtuoso che sa difendere il suo territorio, che cerca – e ottiene – la collaborazione unanime della cittadinanza e, soprattutto, riesce laddove tutti gli altri, o quasi falliscono, significa non avere le idee chiare su come si amministra una comunità. Camigliano è stata commissariata, perché il suo sindaco non ha voluto consegnare alla Provincia di Caserta i ruoli della Tarsu, l'imposta comunale sui rifiuti. E non li ha voluti consegnare perché sapeva, benissimo, che ubbidire alla legge sarebbe stato il primo passo verso il baratro. Morale della favola: sono arrivati i commissari prefettizi, e il sindaco è stato costretto a sloggiare. Che bella figura.
(Pubblicato su "Il Tempo", 27 novembre 2010)
D'altronde, che al Comune di Napoli – retto dall'ex ministro dell'Interno, Rosa Russo Iervolino – ci sia un inquietante livello di superficialità e di pressappochismo, nell'affrontare tematiche legate all'ambiente e alla sanità, lo dimostra il fatto che tra Amministrazione comunale e Asìa, la società che si occupa, in città, della raccolta e dello spazzamento, non è mai stato formalizzato un contratto di servizio, ovvero quel documento che mette, nero su bianco, gli obblighi dei contraenti e le relative sanzioni. Se, ad esempio, il Comune di Napoli decidesse di contestare all'Asìa un qualsiasi disservizio, non ci sarebbe alcuna multa da pagare perché il contratto non esiste. C'è solo una bozza che non è mai stata portata in consiglio comunale e votata. E questo da un bel po' di anni, almeno dal 2003. In pratica, siamo davanti a una società che opera, nel settore dei rifiuti, per il terzo Comune d'Italia in maniera più o meno abusiva.
Sarà stata una dimenticanza? Mah, diciamo di sì. Diamo credito a chi, centrodestra e centrosinistra napoletani, ammette di non aver dato il giusto peso a questa inspiegabile dimenticanza. Che cosa dire, però, del caso di Camigliano, un paesino di 2mila anime in provincia di Caserta, dove il Comune è stato sciolto malgrado avesse raggiunto il 65 per cento di raccolta differenziata? L'unica risposta è l'ottusità della burocrazia e la miopia della politica, perché punire un Ente virtuoso che sa difendere il suo territorio, che cerca – e ottiene – la collaborazione unanime della cittadinanza e, soprattutto, riesce laddove tutti gli altri, o quasi falliscono, significa non avere le idee chiare su come si amministra una comunità. Camigliano è stata commissariata, perché il suo sindaco non ha voluto consegnare alla Provincia di Caserta i ruoli della Tarsu, l'imposta comunale sui rifiuti. E non li ha voluti consegnare perché sapeva, benissimo, che ubbidire alla legge sarebbe stato il primo passo verso il baratro. Morale della favola: sono arrivati i commissari prefettizi, e il sindaco è stato costretto a sloggiare. Che bella figura.
(Pubblicato su "Il Tempo", 27 novembre 2010)
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